recensione di Giuseppe De Bellis Quotidiano dei lavoratori – 27 maggio 1979
Se un ‘difetto’ bisogna trovare nel fotolibro di Scuro (ed uno almeno è d’obbligo trovarlo) è probabile che consista nella limitatezza del pubblico (‘audience’ verrebbe voglia di scrivere) in grado di poter afferrare a pieno le emozioni ed i significati delle sue immagini: sono foto fatte ‘dall’interno’ del movimento, foto in gran parte scattate ‘ad uso e consumo’ del Movimento di Bologna assolutamente altro da un reportage, da un documento giornalistico. Chi non ha vissuto abbastanza direttamente questi ultimi anni bolognesi potrà certo consumare questo libro alla profiqua ricerca di atmosfere, di profumi, di omofonie, ma non potrà immergersi a fondo nella ‘privatissima’ storia che esso racconta. «La nostra (storia), fatta di tenerezze, scritte sui muri, cortei gioiosi e militari, tensioni, rimane nostalgico ricordo, per alcuni neanche consavevole memoria»: le immagini di Scuro sembrano le puntuali pietre miliari di questa frase (di Benecchi): sono le pedine di un gioco di incastri, che riporta alla luce le suggestioni e le paure dell’avventura bolognese. Un libro, in sintesi, che dovrà subire differenti usi a seconda che venga guardato da chi a Bologna, ‘c’è stato in mezzo’ o da chi, a Bologna, non c’era o se c’era, dormiva.
a cura di Francesco Vincitorio L’Espresso – 3 giugno 1979
“Malgrado voi”. Libretto che raccoglie le drammatiche “immagini di due anni di battaglie del Movimento di Bologna”. Autore il fotografo Enrico Scuro. Ediz. L’occhio impuro. Bologna
recensione di R. d R. lotta continua – 7 giugno 1979
« Immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Così esordisce il sottotitolo di « Malgrado voi » un libro fotografico di Enrico Scuro, in libreria da qualche settimana e proposto dalle edizioni « L’occhio impuro ». Le foto sono introdotte da due brevi scritti: il primo di Diego Benecchi « contro il quotidiano della rinuncia »; il secondo « contro l’esistente per il possbile » del trasversalista Franco Berardi (Bifo). Le foto si snodano subito dopo e sono una scelta del discorso fotografico « ufficiale » delle vicende bolognesi. Alcune foto sono già note: le abbiamo viste su Linus, giornali, fogli, libri, altre sono, oltre che inedite, migliori delle note.
Per quelli che sono riusciti a mettersi in pensione « post-movimentista » l’oggetto è indispensabile, potranno dire ai loro figli: « vedi, quello col passamontagna e la spranga è papà da giovane… ». Ma va bene anche per quelli che in pensione non sono riusciti ad andarci: vedere la propria faccia va sempre bene. Ottimo da mostrare agli amici nelle lunghe serate dedicate alle « mie foto ».
Piccola la città e Bifo mormora
recensione di Ando Gilardi PHOTO – luglio 1979
Il primo sintomo, agghiacciante, della demenza lo svelano il linguaggio e la scrittura. Succede questo: il malato ha in testa delle idee confuse, poi sa scrivere frasi confuse. Fra le idee e le frasi non esiste nessunissimo rapporto: immaginate due tiretti della scrivania completamente in disordine, come capita. Il primo non descrive il secondo, meno che mai lo spiega: solo si può dire che hanno in comune il disordine. Ora, il demente, considera questo rapporto come trascrizione: il secondo tiretto è la forma descrittiva del primo. E si tiene il primo tiretto in testa, ti fa vedere il secondo e dice: ecco come la penso, ti ho chiarito l’idea? Tutto questo per parlarvi di un piccolo fotolibro di Enrico Scuro, fotografo, con testi di Diego Benecchi e Franco Berardi detto Bifo. I quali sono esempi perfetti di quella dissociazione del linguaggio che abbiamo brevemente descritto. Bifo ebbe una certa notorietà qualche anno fa al tempo della Marcia del Movimento su Bologna: era un professorino molto arrabbiato che ripeteva « vi spazzeremo tutti con una risata ». Deve essere molto invecchiato, e perso i denti, quanto meno ideali. Forse ora dice « vi spruzzeremo tutti con una risata ». Mio dio, mio dio: che tristezza. Però grazie, dio, per avermi piazzato tre generazioni fa: meglio merda che niente. Il fotolibro Scuro ha per titolo « Malgrado voi, immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Insomma, a suo modo è interessante come documento dell’amplificazione resa possibile dalla fotografia di quelle che furono, come qualità politica, squallide risse da osteria portate sulla piazza. È vero, ahimé, che può scapparci un morto. O due al massimo. Ma questi sono gli svantaggi e i vantaggi della mia generazione: che si è fatta un’economia della compassione secondo la quale si usa la parola battaglia da qualche centinaio di morti in su. Al di sotto si tratta di incidenti: penosissimi ovviamente. Ma incidenti.
Fotografia ed editoria
Progresso Fotografico – dicembre 1979
Significativa, in proposito, la testimonianza di Enrico Scuro, un giovane fotografo bolognese che ha vissuto l’avventura della autoedizione: « Basta avere un piccolo capitale, trovare un compositore,un tipografo e un rilegatore e il gioco è fatto. Nella pratica, però, è un’altra cosa. Avevo in cantiere due progetti di libri fotografici: il primo che documentava i « fatti » di Bologna dal ’77 in poi, il secondo centrato sui grandi raduni musicali. Un editore ha visto le centinaia di fotografie e si è mostrato entusiasta di poterle trasformare in due libri. Dopo sei mesi si è accorto che non poteva rischiare la pubblicazione di un fotografo sconosciuto. Ho rischiato da solo, realizzando il primo progetto. Un prestito di una banca e qualche cambiale. Costo: 2.000.000 di lire per 2.100 copie. Risultato: tiri libro, « Malgrado voi », di 60 pagine 20 x 20. Prezzo di copertina 3.000 lire. Poi mi sono accorto che il problema vero non era fare il libro, ma venderlo… Insomma, si è trattato di perdere un paio di mesi e dormire poco la notte per tutti i problemi pratici ed economici. Una esperienza da fare al massimo una sola volta nella vita ».
Fotografie nei titoli di testa creati da Sergio Gazzo (foto di Enrico Scuro e Associazione Casa Memoria Impastato)
Il 9 maggio persero la vita a poche ore di distanza uno dall’altro Aldo Moro e Peppino Impastato. La notizia della morte di Moro offuscò del tutto la scomparsa di Impastato ma per i tre giovani protagonisti, militari di leva impegnati in un posto di blocco, proprio quella morte sarà l’occasione di una drammatica presa di coscienza e di una simbolica ribellione.
con la presenza degli autori Marzia Bisognin e Enrico Scuro Presenta: Luca Alessandrini (Istituto Parri) Conduce: Stefano “Sbarbo” Cavedoni Interventi di Mauro Collina (pres. della Associazione Francesco Lorusso)
Nell’ambito della rassegna: “C U R I O S I L O C A L I“ 4 serate sul tema: Nuove forme comunicative nella produzione Culturale Bolognese, nei libri, nei film, nel teatro, nel web
Voci in nERo L’Emilia-Romagna nelle pagine del noir
di Riccardo Marchesini Documentario – Italia 2012 – Bianco/Nero – 54’ Giostra film
Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli, Grazia Verasani ed Eraldo Baldini raccontano il lato oscuro della loro terra
Una voce nella notte: è quella di uno speaker radiofonico che diffonde nell’etere le pagine di romanzi noir, dando voce ad alcuni dei più importanti scrittori di genere del nostro paese. Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli, Grazia Verasani ed Eraldo Baldini descrivono le ambientazioni delle proprie storie, ritraendo un’Emilia Romagna oscura e misteriosa, in cui Bologna rivela tutto il fascino di una città celata e contraddittoria, che porta vive le ferite di una cronaca incancellabile.
Andrea Hajek (Institute of Advanced Study, University of Warwick)
‘Mmmmm quanti, ma quanti ricordi mi evocano queste foto . . .’: Facebook and the 1977 Family Album: The Digital (R)evolution of a Protest Generation
in Italian Studies Journal of The Society for Italian Studies
Volume 68 (2013)
Italian Studies was founded in 1937 as the journal of the Society for Italian Studies (SIS), the principal professional association of teachers of Italian and Italian studies in Higher Education in the UK and Ireland, whose aim is ‘to advance public education by furthering the study of Italy, Italian language, literature, thought, history, society, and arts in the United Kingdom and Ireland’ (www.sis.ac.uk).
Facebook and the Digital (R)evolution of a Protest Generation Andrea Hajek sul BlogDeliberately Considered.com
L’esperienza dei “Ragazzi del ’77” su Facebook sbarca in un blog di New York
In 2011, protests across the globe placed contentious politics at the heart of media attention. From the Arab Spring to the global Occupy movements, the world was caught in a rapid of rebellion. The role of new media in sparking, diffusing and connecting these protests did not go unnoticed.
But it’s not only the younger generations of protesters who increasingly have recourse to digital and mobile media in their activism. Old-timers are discovering new media technologies as well. This was exemplified in the recent publication of a series of photo albums on Facebook, containing hundreds of snapshots of Italian activists from a 1970s student movement, the so-called “Movement of ’77.” This was not the first attempt to reunite the 1977 generation, and yet, it has never been so successful. What makes Facebook different? Are we dealing with plain nostalgia here? I would rather argue that these digital photo albums, which open up a whole new perspective on the 1970s, as they turn attention away from dominant memories of terrorism and violence, have potentials in that they contribute to a more inclusive, alternative “history from below.”
In 2011, Time Magazine elected global activists “person of the year”. That same year, Italian student protests which had occurred 35 years ago revived on the web as photographer Enrico Scuro – class of ’77 – uploaded his photographic collection to Facebook. In doing so, he unchained enthusiastic reactions from former protesters, who tagged themselves into the photographs and left comments of all sorts. People also sent Scuro their own photographs, thus contributing to what has become something of an online family album, currently containing over 3,000 photographs. As they narrated personal anecdotes, complemented by other people’s recollections, the former protesters collectively reconstructed the (hi)story of a generation, a history not tainted by traumatic memories of terrorism and political violence – typical of the official and public version of the Italian 1970s. Furthermore, the Facebook rage led to a series of reunions outside the virtual world and, a few months ago, to the publication of a selection of the photographs in book form. So what made Facebook different from previous attempts to gather the 1977 generation?
Facebook helps individuals develop a sense of belonging to a wider community, for example by joining or “liking” groups. The online sharing of photographs reinforces this sense of belonging. It prompts acts of recollection in an interactive and public context, turning the photographs into an occasion for a collective and oral “show and tell,” like the real-life viewing of, say, holiday snapshots or family albums among family members and friends.
Indeed, Facebook reproduces orality in a very similar way as when you’re going through a photo album. The tags and comments, which read very much like spontaneous, real-life or telephone conversations, substitute the pointing out of people or places in an album. This effect is amplified by the use of a wide range of special characters, text symbols and emoticons.
Facebook also changes concepts of private and public, as personal stories and identities are shared in a collective setting. Some of the most intimate photographs in Scuro’s albums, for example, include snapshots of women during or shortly before/after child labour. But then private photographs are always also public and social, in that they depend on shared understandings and conventions.
Nostalgia inevitably plays an important role here. Unlike other European countries, the 1968 protests in Italy were not a one-off event, but extended well into theduring riots in March: terrorism and heroin rapidly disarmed the ’77 generation, leaving the former protesters with little more than beautiful memories and bitter critiques of Berlusconian politics.
But the albums don’t simply reply to the generation’s yearning for what is no longer attainable: nostalgia can also provide empowerment. The 1977 photo albums on Facebook then offer a positive and progressive sense of memory retrieval, as people or events that have been left out of official history are now re-inserted into a collective and alternative history from below, thus allowing for a more inclusive history of the 1970s.
It’s obvious, though, that these digital archives don’t fix memories in time, eventually. The options within Facebook to remove tags, comments and photographs, as well as to add tags without control, allow people to manipulate the past. This may explain why Scuro decided to publish a selection of the photographs in book form, thus bringing the digitized photographs back into the analogue sphere. This underscores the unstable character of social networks while demonstrating how people, in the end, prefer the material and tangible photograph to its digital counterpart. 1970s, culminating in 1977. In some locations, such as the popular university town of Bologna, the student movement of 1977 had a highly creative and fun-loving character. Things changed, though, after the violent death of a student
Bologna rende omaggio a John Cage (1912 – 1992 – 2012) Le foto fatte in occasione del treno di John Cage del 1978 illustrano la Rassegna “centocage – Bologna rende omaggio a John Cage (1912 – 1992 – 2012)” che per tutto il 2012 propone un cartellone di attività dedicate alla conoscenza del compositore, nell’anno del centenario della sua nascita e del ventennale della morte.
La straordinaria storia di 50 anni di musica Rock a Bologna
LARGO ALL’AVANGUARDIA La straordinaria storia di 50 anni di musica Rock a Bologna a cura di Oderso Rubini Sonic Press, 2012
Tutto quello che c’è da sapere sul rock bolognese, su oltre cinquant’anni di artisti, dischi, etichette, clubs, centri sociali, radio e varia umanità impegnata a fare e ad ascoltare musica all’ombra delle due torri, ora ha un titolo: Largo all’avanguardia. La straordinaria storia di 50 di musica rock a Bologna.
Pubblicato dalla SonicPress, il monumentale volume curato da Oderso Rubini e compilato da Gianni Gherardi, Lucio Mazzi, Pierfrancesco Pacoda, Michele Pompei, Andrea Tinti e Angela Zocco, arriva a colmare un grande vuoto nella saggistica musicale locale e nazionale.
Le sue 432 pagine, le oltre 1500 fotografie, edite ed inedite, le decine di schede dedicate a gruppi e musicisti, le interviste, gli indici e la sua incandescente e ricchissima veste grafica, rappresentano la volontà di ricostruire, insieme a 50 anni di storia sonora della città, anche quella della stessa Bologna, attraverso interviste, testimonianze, approfondimenti che rendono questo racconto ancora più completo ed avvincente. Dai dancing ai centri sociali, dai Golden Rock Boys ai Massimo Volume, dal primo rock and roll, all’elettronica più estrema, ‘Largo all’avanguardia’ attraversando con ritmo incalzante più di cinque decenni di grandi eventi, conflitti generazionali, scontri istituzionali, fasti e disastri, è l’appassionante e caleidoiscopico ritratto di una città-laboratorio, fucina di talenti e idee che hanno alimentato il grande mercato discografico e generato i primi modelli di circuiti ed etichette indipendenti.
Il concerto dei Clash in piazza Maggiore, la delirante notte di Bologna Rock al palazzetto dello sport, la stagione delle occupazioni e quella degli sgomberi, la Traumfabrik di via Clavature, la Love Parade, l’epica rissa tra i fans dei Judas e quelli dei Jaguars, la “precipitosa” chiusura di Radio Alice: sono queste solo alcune delle incursioni nella cronaca di un cinquantennio di musica, che il libro (ispirato dal volume Bologna la Rock, pubblicato da Lucio Mazzi e Roberto Gandolfi nel 1991) offre agli occhi del lettore.
Largo all’avanguardia parte dal rock and roll per esplorare le sue successive ramificazioni: blues, funk, metal, progressive, punk, new wave, elettronica, hardcore, hip hop, reggae, canzone d’autore, indie-rock, jazz-rock, avanguardie, musica etnica e finanche musica bandistica si fondono in un unico, grande crogiolo che, dalla fine degli anni cinquanta ad oggi, non ha mai cessato la sua febbrile attività.
Marzo ’77. Le sei fotografie più amate da Enrico Scuro, il fotografo del movimento di Fernando Pellerano sul Blog Dammi il Tiro – Corriere di Bologna 11 marzo 2012 Video-intervista
Dammi il Tiro ha incontrato Enrico proprio nel giorno dell’anniversario della tragica morte di Francesco Lorusso per farsi raccontare quale fotografia, fra le migliaia di quelle pubblicate, lui ama di più. Enrico ne ha scelte sei, e due non sono sue.
Documentazione che arriva, copiosa, dopo 35 anni, grazie anche a Facebook, dove Enrico ha iniziato, quasi per gioco, a postare le prime foto. “Era il 5 febbraio 2011 e all’epoca avevo ‘solo’ 20 amici. Dopo un mese, anzi l’11 marzo successivo, dopo i primi contatti sul web, ci siamo ritrovati a mangiare alle Scuderie (si, proprio dove all’epoca c’era la mensa universitaria) e a tavola eravamo in 160. Oggi ho 2100 amici: il movimento si è ritrovato lì, su Facebook”.
Non è un caso che i contributi spontanei, con parole e foto, al libro in questione siano stati 671 (tutti i nomi sono elencati nelle ultime pagine)
Prima del video in cui Scuro ‘racconta’ le sue foto preferite, ecco una breve spiegazione dell’autore sulla sua attività di fotografo di quegli anni.
In questo primo filmato Enrico spiega come riuscì a ‘fotografare’ il movimento.
In questo secondo filmato Enrico ‘racconta’ le sei foto, fra le più di mille pubblicate, che ama di più.
I Ragazzi del 77 di Giuliana Scardino L’Alambicco febbraio 2012
Viaggio nel movimento giovanile del ’77 a Bologna, attraverso le foto e i commenti postati su facebook, da cui è nato un volume a cura di Enrico Scuro.
Più di 500 pagine, 1277 fotografie, 671 le persone che hanno contribuito a dare vita a I ragazzi del ’77. Una storia condivisa su facebook. Non è un semplicemente un libro fotografico, sembra quasi di sfogliare un album personale avvicendato con le pagine di un diario. La particolarità di questo libro è nella sua origine. Alla fine del 2010 il fotografo bolognese Enrico Scuro pubblica su Facebook un album di fotografie intitolato I ragazzi del ’77 che viene reso accessibile e taggabile da tutti gli utenti del social network.
Nel giro di poco tempo cominciano ad aggiungersi le immagini inviate da tanti, scatti conservati nei cassetti e nei libri dell’università, e tantissimi sono i commenti alle foto. Un tale numero da dar vita allo spaccato cli un periodo storico e di una generazione e all’idea di racchiudere il tutto in un libro. L’album di una generazione particolare.
Il 1977 è l’anno delle grandi contestazioni dopo i fermenti sessantottini, e segna l’inizio della fase più difficile degli anni di piombo. Tallii gli scontri tra i gruppi più estremisti degli opposti schieramenti politici. Un anno culminato con la drammatica uccisione di un carabiniere dello studente, militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso a Bologna e con l’invio dei mezzi blindati dell’allora ministro degli Interni Kossiga. Eppure a Bologna, il movimento studentesco cerca di ricorre alla fantasia e alla creatività, all’ ironia piuttosto che alla violenza, propone nuove forme di dibattito culturale, di sperimentazione artistica, tante le pubblicazioni. Ed è questo che emerge sfogliando il libro.
Si ripercorre la rivoluzione delle radio libere, che a Bologna ebbe la sua massima espressione in Radio Alice. Scorrono momenti pubblici e piccole storie private di chi si incontrava tutti i giorni all’università, nelle case, nei cortei. Ci sono capitoli dedicati ai grandi raduni musicali (Umbria Jazz, Parco Lambro a Milano, Ravenna), ai viaggi, ai figli. E, tra i tanti, anche i ricordi del nostro concittadino Luciano Foresta, dei giorni difficili dopo l ‘uccisione di Lorusso e del suo incontro col disegnatore Andrea Pazienza. ..
“Nessuno di noi pensa che la sua vita sia finita”. Il libro si chiude con queste parole sgombrando il campo da eccessive nostalgie. ma con la consapevolezza di aver suscitato emozioni in chi, dopo tanti anni, grazie alla piazza virtuale di facebook prima e alle pagine del libro poi, ha ritrovato un pezzo di sé e di altri. E per le nuove generazioni è un’opportunità in più di accostarsi ad alcune pagine della nostra storia forse passate velocemente nel dimenticatoio.
I ragazzi del 77 di Beatrice Nefertiti sul blog LetterMagazine 13 febbraio 2012
Per me è stato come ritrovare il pezzo di vita che avevo dato per disperso
Un giorno qualunque di un anno di piombo. Cosa avete capito? Parlo del 2011, un anno qualunque del terzo millennio, un grano di quel rosario di tristezza che sto recitando sempre meno volentieri. Stavo cazzeggiando su internet tanto per passare il tempo e ho trovato la foto di una ragazza bionda, piccolina, magra, che monta la tenda su un prato. Mi è venuto un male, ero io. Luglio 1976, Gubbio, Umbria Jazz, i raduni giovanili degli anni Settanta, un pezzo del mio passato che non ero più sicura di aver vissuto veramente perché ero quasi convinta di essermelo inventato. Dopo tutti gli anni di lavoro, palazzacci, calci in bocca, deprivazione emotiva, disgregazione, sangue avvelenato, pensavo che quel ricordo fosse solo una fantasia autoconsolatoria creata per sopportare le mattine col vomito, le giornate spalle al muro a schivare le coltellate, le sere nascoste nella tana a bendare le ferite. A volte mi tornavano in mente gli anni dell’università a Bologna, gli amici, i concerti, i campeggi, e mi convincevo di aver sognato. Impossibile che ci fosse stato un tempo in cui ogni parola non veniva usata contro di me, in cui si stava insieme per il piacere di parlare, discutere, ridere, scazzarsi, o almeno senza volere in cambio il culo o il portafoglio. Mi dicevo “Tesoro, ti sei fatta troppe canne, la vita è sempre stata così, come adesso”.
Ho sfogliato tutto il sito, creato da Enrico Scuro, un fotografo trapiantato a Bologna dove era venuto a vivere negli anni Settanta per fare il DAMS, e ho trovato le prove che un’altra vita è stata possibile. Non mi ero fatta troppe canne, c’era anche la mia foto con la tenda a Umbria Jazz la sera che cantava Sarah Vaughan, e a quanto pare non ero stata la sola a ritrovare un pezzo di sé stessa. Enrico aveva pubblicato sulla sua pagina di Facebook la foto di Dario Fo al convegno contro la repressione del settembre 1977 a Bologna e centinaia di persone si erano taggate, a dire“Io c’ero”. Per me è stato come ritrovare il pezzo di vita che avevo dato per disperso e di nuovo, miracolosamente, dopo più di trent’anni, non ero da sola a provare un’emozione. Enrico aggiungeva le sue foto, l’occupazione dell’università, le manifestazioni, l’11 marzo, Radio Alice, e i commenti si univano ai ricongiungimenti, alla commozione, ai ricordi, alle discussioni riprese come se fossero state lasciate la sera prima sui gradini di San Petronio in Piazza Maggiore o ai tavoli di un’osteria, di quelle osterie dove allora si passava la sera in quindici con una bottiglia e non si spendevano trenta euro per due dita di vino e un’oliva all’ascolana. La pagina di Enrico è diventata il posto dove andavo la sera e incontravo persone che non avevo mai visto nella vita cosiddetta “reale” ma con le quali avevo ritrovato quel “comune sentire” perduto con la laurea e l’ingresso nell’allegro mondo del lavoro.
Quando gli album sono diventati tre, con 600 foto on line, Enrico ha invitato tutti ad aprire i cassetti; a fine ottobre le foto raccolte erano 3200 e i commenti erano diventati racconti, storie personali, scherzi, battute, riflessioni e anche liti, nel perfetto stile della generazione più rompicoglioni che sia mai stata creata, come ha detto Pino Cacucci alla presentazione ufficiale del libro, a Bologna, il 17 gennaio di quest’anno. Sì, perché da questo zibaldone è nato un libro. Come sia venuta fuori l’idea io non me lo ricordo, qualcuno ha cominciato a dirlo come per scherzo, intanto noi continuavamo a commentare le foto con i nostri pensieri e i nostri ricordi così come venivano e nasceva questa coperta patchwork, questo splendido “rammendo collettivo della memoria”, come lo ha definito Marzia Bisognin, una compagna che insieme a Paolo Ricci ha collaborato con Enrico Scuro alla realizzazione di quest’opera collettiva. Mi si perdoni il termine “compagno”, so che non va più di moda e di questi tempi è considerato ridicolo e quasi dispregiativo, un residuato di un’epoca che si vuole buttare via perché dà fastidio, un rigurgito di quando lavoratori e studenti lottavano insieme per migliorare le proprie condizioni di vita e non l’uno contro l’altro per peggiorare quelle del vicino. Vorrei usare questa parola nel suo significato più innocente, di persone che stanno insieme, che mangiano insieme, che magari facevano insieme un’ora di fila alla mensa in piazza Verdi, che sono cresciute insieme, perché eravamo dei cuccioli e come a tutti i cuccioli piaceva giocare e stare insieme. In fondo siamo l’ultima generazione che ha passato l’infanzia nei cortili e che poteva passare da casa di un amico senza dover prima telefonare.
Come ogni libro che si rispetti, anche questo è stato diviso in capitoli: le camere in cui alloggiavamo da studenti, il Settantasette, Radio Alice, l’11 marzo, l’omicidio di Francesco Lorusso e la strategia di innalzare il livello dello scontro proprio a Bologna, una città che andava “punita” per la sua diversità. E poi Piazza Verdi, i concerti, i viaggi, il convegno di settembre… Il libro si apre con questa frase: “Siamo stati e adesso siamo”. Mi permetto di riportare il commento con cui inizia la prima narrazione: “Forse è difficile spiegare quello che eravamo, ma non impossibile. […] Siamo stati, ma il tempo è andato avanti e si è svelato e rivelato. Siamo stati ma adesso siamo. Siamo stati ma adesso siamo il risultato di quello che eravamo, la somma delle nostre emozioni, dei nostri sogni, delle nostre certezze”. Siamo stati ma adesso siamo. Almeno, chi c’è ancora. La nostra generazione voleva volare, ma a volte la cera delle ali si è sciolta. Qualcuno è stato vittima dell’eroina che proprio in quegli anni, e a mio parere non per caso, veniva immessa in modo massiccio sul mercato; qualcuno si è fatto anni di galera magari solo per aver tenuto delle armi in casa e non aver fatto i nomi, perché a noi insegnavano che era da infami fare la spia; qualcuno è morto di AIDS perché eravamo convinti di aver conquistato almeno la libertà del nostro corpo ma non era vero. Chi è rimasto ha cicatrici di ferite guarite con fatica, o tagli ancora aperti e sanguinanti. Per i ragazzi di questo libro non è stato facile entrare negli anni Ottanta e nel peggio che è arrivato dopo, adattarsi al nuovo che è avanzato, prendere atto che le cose in cui credevamo erano solo favole, perdere l’identità collettiva. Come dice Gianni in un commento, “La paranoia e i comportamenti autodistruttivi sono venuti col manifestarsi dell’impossibilità del sogno e la conseguente batosta esistenziale”.
Ci sono foto di manifestazioni così affollate che un ragazzo nato vent’anni fa si potrebbe chiedere “Ma dove le hanno scattate? Al Cairo? Però è strano, ci sono anche le donne…”. Già, le donne. Il movimento femminista è il mio ricordo più vivo e l’eredità a cui sono maggiormente grata. Riconosco il privilegio di aver potuto vivere la libertà di quegli anni, io femmina, figlia di un operaio, cresciuta in una cittadina di provincia chiusa e tradizionalista. Se fossi nata dieci anni prima avrei fatto solo le elementari, al massimo l’avviamento, e a quattordici anni sarei finita in fabbrica o a lavare teste da una parrucchiera finché il primo cretino di passaggio mi avesse messo incinta, e con un po’ di fortuna ci sarebbe stato il matrimonio riparatore e una vita a crescere bambini e a prendere botte dal marito. Se fossi nata dieci anni dopo, mio padre operaio non avrebbe fatto sacrifici per farmi prendere una laurea universalmente nota come inutile, coi lavori “usa e getta” non sarei mai riuscita ad avere la mia indipendenza economica e sarei rimasta imprigionata nella casa dei miei. Per una volta nella vita ho avuto fortuna, sono cresciuta negli anni della speranza, dello Statuto dei Lavoratori, del sogno dell’operaio che vuole il figlio dottore, e con un po’ di sforzo anche la figlia, se manca l’erede maschio. Con la scusa dell’università ho abbandonato la famiglia e ho imparato a reggermi sulle mie gambe, in quegli anni era ancora possibile trovare un “lavoro fisso” e anche se faceva schifo non dovevo più chiedere ai miei il permesso per respirare. Dice Nadia in un commento “Dietro ai collettivi femministi et similia, si sperava di saltare con un solo balzo migliaia di anni di cultura maschilista e di posizione femminile, per il semplice fatto di parlare di “liberazione sessuale”, di “compagni” e di “convivenza” di cui ci hanno ringraziato generazioni di maschi mammoni”, però noi ragazze abbiamo avuto la possibilità di stare lontano da casa e di imparare a tenere la testa sulle spalle e a rendere conto dei risultati, pena il ritorno forzato dal padre padrone che avrebbe tagliato i finanziamenti. In quegli anni ho potuto dare sfogo pienamente alla mia natura nottambula, a Bologna si era ancora sicure di notte, ma nel dubbio io giravo in bicicletta sotto i portici a fanale spento. Per una miope era un gran risultato, specialmente la volta in cui centrai in pieno un tale in mezzo alle gambe perché non lo avevo visto, e lo lasciai a tenersi le palle in mano mentre scappavo via con scatto da cronometrista.
E dopo? Come dice Anna, “Abbiamo commesso un grandissimo sbaglio, abbiamo abbandonato il campo, non abbiamo saputo difendere le conquiste”. Tante volte non abbiamo saputo difendere nemmeno noi stessi. E Valerio: “Stavano emergendo nuove soggettività antagoniste come i “non garantiti” i quali oggi non sono altro che i soggetti giovani e meno giovani precipitati dalle politiche neoliberiste di centrodestra e centrosinistra nel precariato sociale. Avevamo capito che era in corso l’inizio della globalizzazione, come la chiamiamo oggi. L’autonomia non era solo pistole. Per questo ci hanno fatto fuori”. Non voglio entrare nelle analisi storiche e sociologiche per le quali tanti altri sono molto più bravi di me, la mia è solo una piccola recensione personale, necessariamente di parte, perché io c’ero, e ringrazio il destino di esserci stata. Eravamo la generazione che voleva volare e abbiamo vissuto l’ultima rivoluzione romantica. Le foto di Enrico e quelle saltate fuori dai cassetti sono da vedere, non le posso descrivere, ma ho scelto alcuni commenti. Pani: “Ricordo quegli anni con molta intensità, pieni di scoperte e di passioni, allegria e dolore mescolati, sicuramente VIVI”. Orlando: “Mai abbiamo avuto questi sorrisi… e dove è finita tutta quella vita?”. Wolmer: “A pensarci adesso stavo così bene e non lo sapevo”. Paolo: “Perché eravamo così: una semplice e piccola comunità umana. Ma eravamo “ancora” una comunità: con le nostre ricchezze, le nostre miserie, le generosità, le meschinità, le creatività, le morbosità… il bello e il brutto”. Giancarlo: “Si usciva di casa al mattino e si pensava “chissà cosa succederà oggi”. Come quando si è in viaggio, da esploratori. Sensi aperti. E la sensazione di non essere soli. Esattamente il contrario di ora”. Sara: “Pur con tutte le contraddizioni, le paranoie, avevi davvero la sensazione di essere dentro la tua vita”. La spensieratezza, il sapersi ridere addosso, le scritte sui muri, “Mettete più crema nei krapfen”, “Comitato autonomo Ridi che la Mamma ha fatto i Gnocchi”, “Decreto lo stato di felicità permanente”, “Dite a Lama che l’amo”, le assemblee, il drago, via Belle Arti decorata dagli studenti dell’Accademia, i murales di via Zamboni. Come dice Giovanni, “dalla “creatività al potere” alla “finanza creativa”, e invece delle streghe son tornate solo le mignotte”. Una risata ci seppellirà, ci ha seppellito la merda.
Chiudo con Dom Ildefonso: “È come un marchio a fuoco, impossibile da cancellare. Ma attenti alla nostalgia dei bei tempi andati: potrebbe ritorcersi contro e il sol dell’avvenir al massimo ci potrebbe, oggi, abbronzare”. Non dimenticatevi che siamo anche la generazione illustrata da Andrea Pazienza, e come dice Augusto: “Cosa abbiamo da dare a tutti quelli venuti dopo di noi? L’integrità di non esserci fatti tritare da chi voleva obbligarci a stare o con lo stato o con le BR”. Un libro straordinario, per chi c’era, per chi avrebbe voluto esserci, per chi vuole provare a capirci.