recensione di Giuseppe De Bellis Quotidiano dei lavoratori – 27 maggio 1979
Se un ‘difetto’ bisogna trovare nel fotolibro di Scuro (ed uno almeno è d’obbligo trovarlo) è probabile che consista nella limitatezza del pubblico (‘audience’ verrebbe voglia di scrivere) in grado di poter afferrare a pieno le emozioni ed i significati delle sue immagini: sono foto fatte ‘dall’interno’ del movimento, foto in gran parte scattate ‘ad uso e consumo’ del Movimento di Bologna assolutamente altro da un reportage, da un documento giornalistico. Chi non ha vissuto abbastanza direttamente questi ultimi anni bolognesi potrà certo consumare questo libro alla profiqua ricerca di atmosfere, di profumi, di omofonie, ma non potrà immergersi a fondo nella ‘privatissima’ storia che esso racconta. «La nostra (storia), fatta di tenerezze, scritte sui muri, cortei gioiosi e militari, tensioni, rimane nostalgico ricordo, per alcuni neanche consavevole memoria»: le immagini di Scuro sembrano le puntuali pietre miliari di questa frase (di Benecchi): sono le pedine di un gioco di incastri, che riporta alla luce le suggestioni e le paure dell’avventura bolognese. Un libro, in sintesi, che dovrà subire differenti usi a seconda che venga guardato da chi a Bologna, ‘c’è stato in mezzo’ o da chi, a Bologna, non c’era o se c’era, dormiva.
a cura di Francesco Vincitorio L’Espresso – 3 giugno 1979
“Malgrado voi”. Libretto che raccoglie le drammatiche “immagini di due anni di battaglie del Movimento di Bologna”. Autore il fotografo Enrico Scuro. Ediz. L’occhio impuro. Bologna
recensione di R. d R. lotta continua – 7 giugno 1979
« Immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Così esordisce il sottotitolo di « Malgrado voi » un libro fotografico di Enrico Scuro, in libreria da qualche settimana e proposto dalle edizioni « L’occhio impuro ». Le foto sono introdotte da due brevi scritti: il primo di Diego Benecchi « contro il quotidiano della rinuncia »; il secondo « contro l’esistente per il possbile » del trasversalista Franco Berardi (Bifo). Le foto si snodano subito dopo e sono una scelta del discorso fotografico « ufficiale » delle vicende bolognesi. Alcune foto sono già note: le abbiamo viste su Linus, giornali, fogli, libri, altre sono, oltre che inedite, migliori delle note.
Per quelli che sono riusciti a mettersi in pensione « post-movimentista » l’oggetto è indispensabile, potranno dire ai loro figli: « vedi, quello col passamontagna e la spranga è papà da giovane… ». Ma va bene anche per quelli che in pensione non sono riusciti ad andarci: vedere la propria faccia va sempre bene. Ottimo da mostrare agli amici nelle lunghe serate dedicate alle « mie foto ».
Piccola la città e Bifo mormora
recensione di Ando Gilardi PHOTO – luglio 1979
Il primo sintomo, agghiacciante, della demenza lo svelano il linguaggio e la scrittura. Succede questo: il malato ha in testa delle idee confuse, poi sa scrivere frasi confuse. Fra le idee e le frasi non esiste nessunissimo rapporto: immaginate due tiretti della scrivania completamente in disordine, come capita. Il primo non descrive il secondo, meno che mai lo spiega: solo si può dire che hanno in comune il disordine. Ora, il demente, considera questo rapporto come trascrizione: il secondo tiretto è la forma descrittiva del primo. E si tiene il primo tiretto in testa, ti fa vedere il secondo e dice: ecco come la penso, ti ho chiarito l’idea? Tutto questo per parlarvi di un piccolo fotolibro di Enrico Scuro, fotografo, con testi di Diego Benecchi e Franco Berardi detto Bifo. I quali sono esempi perfetti di quella dissociazione del linguaggio che abbiamo brevemente descritto. Bifo ebbe una certa notorietà qualche anno fa al tempo della Marcia del Movimento su Bologna: era un professorino molto arrabbiato che ripeteva « vi spazzeremo tutti con una risata ». Deve essere molto invecchiato, e perso i denti, quanto meno ideali. Forse ora dice « vi spruzzeremo tutti con una risata ». Mio dio, mio dio: che tristezza. Però grazie, dio, per avermi piazzato tre generazioni fa: meglio merda che niente. Il fotolibro Scuro ha per titolo « Malgrado voi, immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Insomma, a suo modo è interessante come documento dell’amplificazione resa possibile dalla fotografia di quelle che furono, come qualità politica, squallide risse da osteria portate sulla piazza. È vero, ahimé, che può scapparci un morto. O due al massimo. Ma questi sono gli svantaggi e i vantaggi della mia generazione: che si è fatta un’economia della compassione secondo la quale si usa la parola battaglia da qualche centinaio di morti in su. Al di sotto si tratta di incidenti: penosissimi ovviamente. Ma incidenti.
Fotografia ed editoria
Progresso Fotografico – dicembre 1979
Significativa, in proposito, la testimonianza di Enrico Scuro, un giovane fotografo bolognese che ha vissuto l’avventura della autoedizione: « Basta avere un piccolo capitale, trovare un compositore,un tipografo e un rilegatore e il gioco è fatto. Nella pratica, però, è un’altra cosa. Avevo in cantiere due progetti di libri fotografici: il primo che documentava i « fatti » di Bologna dal ’77 in poi, il secondo centrato sui grandi raduni musicali. Un editore ha visto le centinaia di fotografie e si è mostrato entusiasta di poterle trasformare in due libri. Dopo sei mesi si è accorto che non poteva rischiare la pubblicazione di un fotografo sconosciuto. Ho rischiato da solo, realizzando il primo progetto. Un prestito di una banca e qualche cambiale. Costo: 2.000.000 di lire per 2.100 copie. Risultato: tiri libro, « Malgrado voi », di 60 pagine 20 x 20. Prezzo di copertina 3.000 lire. Poi mi sono accorto che il problema vero non era fare il libro, ma venderlo… Insomma, si è trattato di perdere un paio di mesi e dormire poco la notte per tutti i problemi pratici ed economici. Una esperienza da fare al massimo una sola volta nella vita ».
Marzo ’77. Le sei fotografie più amate da Enrico Scuro, il fotografo del movimento di Fernando Pellerano sul Blog Dammi il Tiro – Corriere di Bologna 11 marzo 2012 Video-intervista
Dammi il Tiro ha incontrato Enrico proprio nel giorno dell’anniversario della tragica morte di Francesco Lorusso per farsi raccontare quale fotografia, fra le migliaia di quelle pubblicate, lui ama di più. Enrico ne ha scelte sei, e due non sono sue.
Documentazione che arriva, copiosa, dopo 35 anni, grazie anche a Facebook, dove Enrico ha iniziato, quasi per gioco, a postare le prime foto. “Era il 5 febbraio 2011 e all’epoca avevo ‘solo’ 20 amici. Dopo un mese, anzi l’11 marzo successivo, dopo i primi contatti sul web, ci siamo ritrovati a mangiare alle Scuderie (si, proprio dove all’epoca c’era la mensa universitaria) e a tavola eravamo in 160. Oggi ho 2100 amici: il movimento si è ritrovato lì, su Facebook”.
Non è un caso che i contributi spontanei, con parole e foto, al libro in questione siano stati 671 (tutti i nomi sono elencati nelle ultime pagine)
Prima del video in cui Scuro ‘racconta’ le sue foto preferite, ecco una breve spiegazione dell’autore sulla sua attività di fotografo di quegli anni.
In questo primo filmato Enrico spiega come riuscì a ‘fotografare’ il movimento.
In questo secondo filmato Enrico ‘racconta’ le sei foto, fra le più di mille pubblicate, che ama di più.
I Ragazzi del 77 di Giuliana Scardino L’Alambicco febbraio 2012
Viaggio nel movimento giovanile del ’77 a Bologna, attraverso le foto e i commenti postati su facebook, da cui è nato un volume a cura di Enrico Scuro.
Più di 500 pagine, 1277 fotografie, 671 le persone che hanno contribuito a dare vita a I ragazzi del ’77. Una storia condivisa su facebook. Non è un semplicemente un libro fotografico, sembra quasi di sfogliare un album personale avvicendato con le pagine di un diario. La particolarità di questo libro è nella sua origine. Alla fine del 2010 il fotografo bolognese Enrico Scuro pubblica su Facebook un album di fotografie intitolato I ragazzi del ’77 che viene reso accessibile e taggabile da tutti gli utenti del social network.
Nel giro di poco tempo cominciano ad aggiungersi le immagini inviate da tanti, scatti conservati nei cassetti e nei libri dell’università, e tantissimi sono i commenti alle foto. Un tale numero da dar vita allo spaccato cli un periodo storico e di una generazione e all’idea di racchiudere il tutto in un libro. L’album di una generazione particolare.
Il 1977 è l’anno delle grandi contestazioni dopo i fermenti sessantottini, e segna l’inizio della fase più difficile degli anni di piombo. Tallii gli scontri tra i gruppi più estremisti degli opposti schieramenti politici. Un anno culminato con la drammatica uccisione di un carabiniere dello studente, militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso a Bologna e con l’invio dei mezzi blindati dell’allora ministro degli Interni Kossiga. Eppure a Bologna, il movimento studentesco cerca di ricorre alla fantasia e alla creatività, all’ ironia piuttosto che alla violenza, propone nuove forme di dibattito culturale, di sperimentazione artistica, tante le pubblicazioni. Ed è questo che emerge sfogliando il libro.
Si ripercorre la rivoluzione delle radio libere, che a Bologna ebbe la sua massima espressione in Radio Alice. Scorrono momenti pubblici e piccole storie private di chi si incontrava tutti i giorni all’università, nelle case, nei cortei. Ci sono capitoli dedicati ai grandi raduni musicali (Umbria Jazz, Parco Lambro a Milano, Ravenna), ai viaggi, ai figli. E, tra i tanti, anche i ricordi del nostro concittadino Luciano Foresta, dei giorni difficili dopo l ‘uccisione di Lorusso e del suo incontro col disegnatore Andrea Pazienza. ..
“Nessuno di noi pensa che la sua vita sia finita”. Il libro si chiude con queste parole sgombrando il campo da eccessive nostalgie. ma con la consapevolezza di aver suscitato emozioni in chi, dopo tanti anni, grazie alla piazza virtuale di facebook prima e alle pagine del libro poi, ha ritrovato un pezzo di sé e di altri. E per le nuove generazioni è un’opportunità in più di accostarsi ad alcune pagine della nostra storia forse passate velocemente nel dimenticatoio.
I ragazzi del 77 di Beatrice Nefertiti sul blog LetterMagazine 13 febbraio 2012
Per me è stato come ritrovare il pezzo di vita che avevo dato per disperso
Un giorno qualunque di un anno di piombo. Cosa avete capito? Parlo del 2011, un anno qualunque del terzo millennio, un grano di quel rosario di tristezza che sto recitando sempre meno volentieri. Stavo cazzeggiando su internet tanto per passare il tempo e ho trovato la foto di una ragazza bionda, piccolina, magra, che monta la tenda su un prato. Mi è venuto un male, ero io. Luglio 1976, Gubbio, Umbria Jazz, i raduni giovanili degli anni Settanta, un pezzo del mio passato che non ero più sicura di aver vissuto veramente perché ero quasi convinta di essermelo inventato. Dopo tutti gli anni di lavoro, palazzacci, calci in bocca, deprivazione emotiva, disgregazione, sangue avvelenato, pensavo che quel ricordo fosse solo una fantasia autoconsolatoria creata per sopportare le mattine col vomito, le giornate spalle al muro a schivare le coltellate, le sere nascoste nella tana a bendare le ferite. A volte mi tornavano in mente gli anni dell’università a Bologna, gli amici, i concerti, i campeggi, e mi convincevo di aver sognato. Impossibile che ci fosse stato un tempo in cui ogni parola non veniva usata contro di me, in cui si stava insieme per il piacere di parlare, discutere, ridere, scazzarsi, o almeno senza volere in cambio il culo o il portafoglio. Mi dicevo “Tesoro, ti sei fatta troppe canne, la vita è sempre stata così, come adesso”.
Ho sfogliato tutto il sito, creato da Enrico Scuro, un fotografo trapiantato a Bologna dove era venuto a vivere negli anni Settanta per fare il DAMS, e ho trovato le prove che un’altra vita è stata possibile. Non mi ero fatta troppe canne, c’era anche la mia foto con la tenda a Umbria Jazz la sera che cantava Sarah Vaughan, e a quanto pare non ero stata la sola a ritrovare un pezzo di sé stessa. Enrico aveva pubblicato sulla sua pagina di Facebook la foto di Dario Fo al convegno contro la repressione del settembre 1977 a Bologna e centinaia di persone si erano taggate, a dire“Io c’ero”. Per me è stato come ritrovare il pezzo di vita che avevo dato per disperso e di nuovo, miracolosamente, dopo più di trent’anni, non ero da sola a provare un’emozione. Enrico aggiungeva le sue foto, l’occupazione dell’università, le manifestazioni, l’11 marzo, Radio Alice, e i commenti si univano ai ricongiungimenti, alla commozione, ai ricordi, alle discussioni riprese come se fossero state lasciate la sera prima sui gradini di San Petronio in Piazza Maggiore o ai tavoli di un’osteria, di quelle osterie dove allora si passava la sera in quindici con una bottiglia e non si spendevano trenta euro per due dita di vino e un’oliva all’ascolana. La pagina di Enrico è diventata il posto dove andavo la sera e incontravo persone che non avevo mai visto nella vita cosiddetta “reale” ma con le quali avevo ritrovato quel “comune sentire” perduto con la laurea e l’ingresso nell’allegro mondo del lavoro.
Quando gli album sono diventati tre, con 600 foto on line, Enrico ha invitato tutti ad aprire i cassetti; a fine ottobre le foto raccolte erano 3200 e i commenti erano diventati racconti, storie personali, scherzi, battute, riflessioni e anche liti, nel perfetto stile della generazione più rompicoglioni che sia mai stata creata, come ha detto Pino Cacucci alla presentazione ufficiale del libro, a Bologna, il 17 gennaio di quest’anno. Sì, perché da questo zibaldone è nato un libro. Come sia venuta fuori l’idea io non me lo ricordo, qualcuno ha cominciato a dirlo come per scherzo, intanto noi continuavamo a commentare le foto con i nostri pensieri e i nostri ricordi così come venivano e nasceva questa coperta patchwork, questo splendido “rammendo collettivo della memoria”, come lo ha definito Marzia Bisognin, una compagna che insieme a Paolo Ricci ha collaborato con Enrico Scuro alla realizzazione di quest’opera collettiva. Mi si perdoni il termine “compagno”, so che non va più di moda e di questi tempi è considerato ridicolo e quasi dispregiativo, un residuato di un’epoca che si vuole buttare via perché dà fastidio, un rigurgito di quando lavoratori e studenti lottavano insieme per migliorare le proprie condizioni di vita e non l’uno contro l’altro per peggiorare quelle del vicino. Vorrei usare questa parola nel suo significato più innocente, di persone che stanno insieme, che mangiano insieme, che magari facevano insieme un’ora di fila alla mensa in piazza Verdi, che sono cresciute insieme, perché eravamo dei cuccioli e come a tutti i cuccioli piaceva giocare e stare insieme. In fondo siamo l’ultima generazione che ha passato l’infanzia nei cortili e che poteva passare da casa di un amico senza dover prima telefonare.
Come ogni libro che si rispetti, anche questo è stato diviso in capitoli: le camere in cui alloggiavamo da studenti, il Settantasette, Radio Alice, l’11 marzo, l’omicidio di Francesco Lorusso e la strategia di innalzare il livello dello scontro proprio a Bologna, una città che andava “punita” per la sua diversità. E poi Piazza Verdi, i concerti, i viaggi, il convegno di settembre… Il libro si apre con questa frase: “Siamo stati e adesso siamo”. Mi permetto di riportare il commento con cui inizia la prima narrazione: “Forse è difficile spiegare quello che eravamo, ma non impossibile. […] Siamo stati, ma il tempo è andato avanti e si è svelato e rivelato. Siamo stati ma adesso siamo. Siamo stati ma adesso siamo il risultato di quello che eravamo, la somma delle nostre emozioni, dei nostri sogni, delle nostre certezze”. Siamo stati ma adesso siamo. Almeno, chi c’è ancora. La nostra generazione voleva volare, ma a volte la cera delle ali si è sciolta. Qualcuno è stato vittima dell’eroina che proprio in quegli anni, e a mio parere non per caso, veniva immessa in modo massiccio sul mercato; qualcuno si è fatto anni di galera magari solo per aver tenuto delle armi in casa e non aver fatto i nomi, perché a noi insegnavano che era da infami fare la spia; qualcuno è morto di AIDS perché eravamo convinti di aver conquistato almeno la libertà del nostro corpo ma non era vero. Chi è rimasto ha cicatrici di ferite guarite con fatica, o tagli ancora aperti e sanguinanti. Per i ragazzi di questo libro non è stato facile entrare negli anni Ottanta e nel peggio che è arrivato dopo, adattarsi al nuovo che è avanzato, prendere atto che le cose in cui credevamo erano solo favole, perdere l’identità collettiva. Come dice Gianni in un commento, “La paranoia e i comportamenti autodistruttivi sono venuti col manifestarsi dell’impossibilità del sogno e la conseguente batosta esistenziale”.
Ci sono foto di manifestazioni così affollate che un ragazzo nato vent’anni fa si potrebbe chiedere “Ma dove le hanno scattate? Al Cairo? Però è strano, ci sono anche le donne…”. Già, le donne. Il movimento femminista è il mio ricordo più vivo e l’eredità a cui sono maggiormente grata. Riconosco il privilegio di aver potuto vivere la libertà di quegli anni, io femmina, figlia di un operaio, cresciuta in una cittadina di provincia chiusa e tradizionalista. Se fossi nata dieci anni prima avrei fatto solo le elementari, al massimo l’avviamento, e a quattordici anni sarei finita in fabbrica o a lavare teste da una parrucchiera finché il primo cretino di passaggio mi avesse messo incinta, e con un po’ di fortuna ci sarebbe stato il matrimonio riparatore e una vita a crescere bambini e a prendere botte dal marito. Se fossi nata dieci anni dopo, mio padre operaio non avrebbe fatto sacrifici per farmi prendere una laurea universalmente nota come inutile, coi lavori “usa e getta” non sarei mai riuscita ad avere la mia indipendenza economica e sarei rimasta imprigionata nella casa dei miei. Per una volta nella vita ho avuto fortuna, sono cresciuta negli anni della speranza, dello Statuto dei Lavoratori, del sogno dell’operaio che vuole il figlio dottore, e con un po’ di sforzo anche la figlia, se manca l’erede maschio. Con la scusa dell’università ho abbandonato la famiglia e ho imparato a reggermi sulle mie gambe, in quegli anni era ancora possibile trovare un “lavoro fisso” e anche se faceva schifo non dovevo più chiedere ai miei il permesso per respirare. Dice Nadia in un commento “Dietro ai collettivi femministi et similia, si sperava di saltare con un solo balzo migliaia di anni di cultura maschilista e di posizione femminile, per il semplice fatto di parlare di “liberazione sessuale”, di “compagni” e di “convivenza” di cui ci hanno ringraziato generazioni di maschi mammoni”, però noi ragazze abbiamo avuto la possibilità di stare lontano da casa e di imparare a tenere la testa sulle spalle e a rendere conto dei risultati, pena il ritorno forzato dal padre padrone che avrebbe tagliato i finanziamenti. In quegli anni ho potuto dare sfogo pienamente alla mia natura nottambula, a Bologna si era ancora sicure di notte, ma nel dubbio io giravo in bicicletta sotto i portici a fanale spento. Per una miope era un gran risultato, specialmente la volta in cui centrai in pieno un tale in mezzo alle gambe perché non lo avevo visto, e lo lasciai a tenersi le palle in mano mentre scappavo via con scatto da cronometrista.
E dopo? Come dice Anna, “Abbiamo commesso un grandissimo sbaglio, abbiamo abbandonato il campo, non abbiamo saputo difendere le conquiste”. Tante volte non abbiamo saputo difendere nemmeno noi stessi. E Valerio: “Stavano emergendo nuove soggettività antagoniste come i “non garantiti” i quali oggi non sono altro che i soggetti giovani e meno giovani precipitati dalle politiche neoliberiste di centrodestra e centrosinistra nel precariato sociale. Avevamo capito che era in corso l’inizio della globalizzazione, come la chiamiamo oggi. L’autonomia non era solo pistole. Per questo ci hanno fatto fuori”. Non voglio entrare nelle analisi storiche e sociologiche per le quali tanti altri sono molto più bravi di me, la mia è solo una piccola recensione personale, necessariamente di parte, perché io c’ero, e ringrazio il destino di esserci stata. Eravamo la generazione che voleva volare e abbiamo vissuto l’ultima rivoluzione romantica. Le foto di Enrico e quelle saltate fuori dai cassetti sono da vedere, non le posso descrivere, ma ho scelto alcuni commenti. Pani: “Ricordo quegli anni con molta intensità, pieni di scoperte e di passioni, allegria e dolore mescolati, sicuramente VIVI”. Orlando: “Mai abbiamo avuto questi sorrisi… e dove è finita tutta quella vita?”. Wolmer: “A pensarci adesso stavo così bene e non lo sapevo”. Paolo: “Perché eravamo così: una semplice e piccola comunità umana. Ma eravamo “ancora” una comunità: con le nostre ricchezze, le nostre miserie, le generosità, le meschinità, le creatività, le morbosità… il bello e il brutto”. Giancarlo: “Si usciva di casa al mattino e si pensava “chissà cosa succederà oggi”. Come quando si è in viaggio, da esploratori. Sensi aperti. E la sensazione di non essere soli. Esattamente il contrario di ora”. Sara: “Pur con tutte le contraddizioni, le paranoie, avevi davvero la sensazione di essere dentro la tua vita”. La spensieratezza, il sapersi ridere addosso, le scritte sui muri, “Mettete più crema nei krapfen”, “Comitato autonomo Ridi che la Mamma ha fatto i Gnocchi”, “Decreto lo stato di felicità permanente”, “Dite a Lama che l’amo”, le assemblee, il drago, via Belle Arti decorata dagli studenti dell’Accademia, i murales di via Zamboni. Come dice Giovanni, “dalla “creatività al potere” alla “finanza creativa”, e invece delle streghe son tornate solo le mignotte”. Una risata ci seppellirà, ci ha seppellito la merda.
Chiudo con Dom Ildefonso: “È come un marchio a fuoco, impossibile da cancellare. Ma attenti alla nostalgia dei bei tempi andati: potrebbe ritorcersi contro e il sol dell’avvenir al massimo ci potrebbe, oggi, abbronzare”. Non dimenticatevi che siamo anche la generazione illustrata da Andrea Pazienza, e come dice Augusto: “Cosa abbiamo da dare a tutti quelli venuti dopo di noi? L’integrità di non esserci fatti tritare da chi voleva obbligarci a stare o con lo stato o con le BR”. Un libro straordinario, per chi c’era, per chi avrebbe voluto esserci, per chi vuole provare a capirci.
I ragazzi del 77 di Enrico Carlini sul blog Il contrabbandiere 11 febbraio 2012
Quest’iniziativa editoriale, a cura di Enrico Scuro, Marzia Bisognin e Paolo Ricci, meriterebbe più di un post. Forse non basterebbe l’intero blog per rendere conto della carica di creatività, passione, nostalgia e romanticismo contenute nelle pagine di un libro che alcuni “reduci” hanno realizzato partendo dall’idea di radunare su Facebook, attorno alla miriade di fotografie scattate da Enrico Scuro, il più ampio numero possibile di protagonisti di quella stagione di passioni politiche, e non solo.
Va detto inoltre che solo per spiegare cos’è stato il movimento del ’77 ci vorrebbe un intero blog e che ne servirebbe un altro per spiegare come e perché è finito. Quando frequentavo la facoltà di Lettere, all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, trascorrevo intere giornate in biblioteca a sfogliare le pagine de Il Manifesto del biennio 1977-78 e non riuscivo a credere che, in un paese come l’Italia, solo pochi anni prima, ci fossero manifestazioni di piazza con centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze che prendevano di mira i palazzi del potere, metaforicamente e no, mettendone alla berlina gli aspetti autoritari grazie a slogan ironici e dissacranti, propagati da giornali autogestiti e radio libere che utilizzavano sperimentazioni linguistiche innovative e destrutturanti.
Il libro fotografico curato da Enrico Scuro documenta splendidamente tutto questo e anche altro: i viaggi in India e Nepal, i raduni giovanili in giro per l’Italia, l’improvvisazione teatrale utilizzata per fare controinformazione, il femminismo, le comuni e la liberazione sessuale, in una dimensione nella quale ogni singolo episodio della vita quotidiana assumeva un significato collettivo.
E poi ancora l’inevitabile epilogo ( per un paese come l’Italia ) della repressione poliziesca, con le cariche della Celere, l’assassinio di Francesco Lorusso e le autoblindo della Polizia che rompono le barricate erette in via Zamboni in mezzo al fumo dei lacrimogeni e delle molotov. Per finire con il mega convegno contro la repressione che si tenne il settembre successivo proprio a Bologna ( “la città più democratica d’Italia”, secondo la definizione dell’allora sindaco Renato Zangheri ) e che vide la partecipazione di Dario Fo.
Con più di 1200 foto, corredate da migliaia di commenti, riflessioni e ricordi, I Ragazzi del ‘77 è una testimonianza viva e pulsante di quella singolare esperienza, emozionante e colma di felicità, grazie anche alla scelta degli autori di concentrare l’attenzione sugli anni nei quali il movimento riuscì ad esprimere la sua creatività contestatrice in maniera gioiosa e quasi spensierata, nonostante l’impegno politico, e di ignorare deliberatamente la triste coda di violenza ed autodistruzione che, nel crinale di svolta che traghettò l’Italia dagli anni settanta agli anni ottanta, fece a pezzi quell’universo giovanile e lo avvolse in un manto cupo e doloroso.
Da ciò, credo, deriva il fascino e la magia che si respira sfogliando le pagine di questo libro.
A volte ritornano, o non sono mai andati via (l’underground in Italia e i ragazzi del ’77) di Beppe Sebaste su “Il Blog di Beppe Sebaste” 3 febbraio 2012
Con Facebook è ritornato il ’77 di Beppe Sebaste Il Venerdì di Repubblica 3 febbraio 2012
…Ed eccoci così a un periodo più vicino e più lontano, perché massacrato dai media e dai cliché: il biennio 1976-1978, di cui un libro appena uscito offre un’impagabile panoramica: I ragazzi del ’77 (edizioni Baskerville/ Sonic Press, pp. 544 pagine, foto 1272, euro 45). Un libropiazza, reale e virtuale insieme. L’autore, Enrico Scuro, è fotografo, ma è a partire da una foto pubblicata su Facebook (piazza VIII agosto a Bologna, gremita durante il convegno sulla «repressione» del settembre ’77, a uno spettacolo di Dario Fo) che è nato il gioco collettivo del riconoscersi e del «taggarsi». Tantissime persone a distanza di anni hanno riaperto così i loro album e i loro archivi, in un’operazione poetico-documentaria del tutto in linea con le tendenze dell’arte contemporanea.
Ne è nato un archivio storico- terapeutico, un «rammendo della memoria», come ha scritto la coautrice Marzia Bisognin. Memoria costellata, oltre che di scoppi di gioia e di creatività, idee e passioni di vita, anche di lutti, violenza, tragedie, ma in cui il gioco e l’innocenza superano di gran lunga l’idea di «anni di piombo», come sciaguratamente sono ancora esclusivamente definiti quegli anni (il piombo era semmai quello della banda della Magliana).
I volti del ’77, a Bologna e non solo, appartengono a chi rivendica di essere appartenuto a una fetta di popolazione che non si è piegata all’ovvietà. E che viene spontaneo confrontare con quelli di Occupy WS e altri movimenti di oggi.
Enrico Scuro I Ragazzi del ’77 Una Storia condivisa su Facebook con la collaborazione di Marzia Bisognine Paolo Ricci Baskerville-SonicPress Editori, 2011 544 pagine, 1272 fotografie
Da un album fotografico sul ‘77 a Bologna, pubblicato quasi per caso su Facebook da Enrico Scuro, è nato un fenomeno che ha coinvolto e appassionato un migliaio di persone. Una comunità che sembrava dispersa nel tempo, si è ritrovata nella piazza virtuale del social network, ricreando quella speciale dimensione umana che era la piazza reale degli anni Settanta: le case porti di mare, la vita quotidiana come evento collettivo, il modo di vestire, amare, sentire, parlare. E poi la politica, la novità del linguaggio di Radio Alice, i viaggi in India, le feste giovanili, i concerti rock, il teatro in piazza.
Con più di 1200 foto, corredate da migliaia di commenti, riflessioni, ricordi, il libro I Ragazzi del ‘77 ricostruisce questa singolare esperienza condivisa su Facebook, e racconta un’epopea del passato con gli occhi del presente.
Un’operazione poetico-documentaria del tutto in linea con le tendenze dell’arte contemporanea Beppe Sebaste, Il Venerdì di Repubblica
Augusto Q. Bruni Ciao Enrico. Ti ricordi il film “Back to the Future”. Lì il protagonista andava nel passato per rimettere a posto qualcosa del suo presente (cioè il futuro dei suoi genitori). Secondo te – e giro la domanda a tutti – potresti dire che questa di fare un libro sia un’operazione analoga? Luciano Foresta Un libro… Fotografico? Di storie?… Delle idee?… Nostalgico?… Che libro?… Su cosa volevamo? Su cosa avevamo visto prima? Un libro sull’ultima ribellione romantica? Aldo Jonata Cerchiamo di metterci poca (o niente) nostalgia! Marco Guidelli Guidi Una specie de “Il Grande Freddo” di Kasdan, con qualche migliaio di protagonisti. Leila Falà “Andare nel passato per rimettere a posto qualcosa del proprio presente”. Sì, c’è forte questa componente. Altre generazioni non hanno avuto bisogno di questo, di giustificarsi, ma noi siamo stati travisati e abbiamo subito il tentativo di essere ingannati col racconto al contrario, al negativo delle nostre stesse esperienze. Tenere forte il senso dentro di sé, per rimanere interi. Non facile. Qualche volta abbiamo perfino tenuto per noi di aver partecipato. Troppo difficile spiegare di non essere stati delinquenti… Difficile spiegare che credevamo fortemente in ideali da realizzare con tutti gli altri. Emanuela Casadio Una autobiografia collettiva del nostro sé e del nostro io. Un libro a mille ed una mano… magnifico.
Un libro di storia e per la storia, imprescindibile per chi studia questo periodo Luca Alessandrini, storico
da destra: Michele Smargiassi, Paolo Ricci, Luca Alessandrini,Enrico Scuro, Marzia Bisognin, Pino Cacucci, e gli editori Maurizio Marinelli e Oderso Rubini (in piedi)
Bologna Fotografica Mostra mercato alla Casa della Fotografia a cura di Gilberto Veronesi e Julia Tikhomirova BOLOGNA – Casa della Fotografia
In occasione di Arte Fiera 2012 l’associazione culturale Fotoviva in collaborazione con Y’art Project inaugura la mostra-mercato “Bologna Fotografica” alla Casa della Fotografia in Piazza Spadolini, 3.
Per la prima volta a Bologna viene proposta un’esposizione collettiva di diverse generazioni di fotografi che lavorano in questa città. Tra gli artisti più affermati, divenuti ormai riferimenti della fotografia italiana, ci sono Paolo Ferrari, Walter Breveglieri, Enrico Scuro, Mario Rebeschini. La generazione più giovane è presentata da Julia Tikhomirova, Mozhde Nourmohammadi, Anna Breda , Tiziano Rossano Mainieri.
Stili, approcci e soggetti fotografici differenti si completano all’interno di questo progetto espositivo che introduce la visione del mondo dei fotografi bolognesi, propone uno sguardo approfondito sulla Bologna Fotografica ed è frutto di un lavoro di altissima qualità sia artistico-concettuale che documentaria.
Durante i giorni d’apertura (dal 26 gennaio al 9 febbraio 2012) è possibile visitare la mostra-mercato ed acquistare le opere presentate.
La memoria dei ragazzi del 77 Bruno Giorgini Inchiesta.it 27 gennaio 2012
Guerra e Pace, racchiuso tra le mura della vecchia Bologna
Il 27 gennaio del 1945, sessantasette anni fa, l’Armata Rossa spalancava i cancelli di Auschwitz liberando da un orrore oltre il dicibile i pochi scheletrici corpi sopravvissuti al genocidio teorizzato, organizzato, perpetrato dai nazisti. Quella data viene oggi ricordata nel giorno della memoria. Dalla seconda guerra mondiale uscì un impegno, che diventò anche uno slogan per le persone della mia generazione, nate a pace appena fatta: mai più Auschwitz, mai più guerra.
Ma oggi non parlerò di quei lontani tempi, bensì del movimento del ’77, nella convinzione che anch’egli sia figlio di quell’impegno che giova ripetere perché non è scontato: mai più Auschwitz, mai più guerra. La memoria del ’77 è stata fino a ora spezzettata, spesso stravolta, oppure trasformata in retorica quando non ideologia, ovvero: falsa coscienza.
Si sono scritti molti libri, pubblicate molte interviste, sparpagliati video ma personalmente mi sono sempre sentito a disagio, quando non amareggiato. Qualcosa veniva sempre travisato, se non usato a fini politici, per affermare la propria esistenza ancora sulla scena o per attivare polemiche stantie di ciò che fu, oppure per rilanciare lo stereotipo degli anni di piombo, dei cattivi maestri, dei provocatori e quant’altro: tutto il liquame.
Poi è arrivata da un posto magico la memoria a tutto tondo del meraviglioso, letteralmente: che destò meraviglia, movimento del ’77. Una memoria colorata come un prisma che scompone la luce bianca in un arcobaleno girando pagina dopo pagina del libro “I ragazzi del ‘77”, stupenda narrazione finalmente densa di verità e di vita, di politica e d’avventura, e col dolore per la morte di Francesco che si staglia nitido ma non incarognito, direi puro, se non temessi la parola.
Sfogliandolo ridiventiamo tutti giovani, io non lo ero già più al tempo, e pieni di futuro, e vogliosi di libertà, nonché rivoluzione, una voglia che oggi ci vuole, è necessaria per far fronte alla crisi di civiltà capitalistica, e forse oltre, che ci attanaglia e disfa corpi sociali, generazioni, speranze, vite. Per far fronte alla brutalità della finanza internazionale, a questo cancro che ha dichiarato guerra alla comune degli umani.
È una storia di immagini e parole che Enrico Scuro ha composto, con la collaborazione di molte/i altre/i, se dovessi fare un paragone, e senza scherzi, direi Guerra e Pace, racchiuso tra le mura della vecchia Bologna. Fu un vero peccato e una immensa imbecillaggine che il popolo del PCI, per i suoi dirigenti poco mi dolgo, e la maggioranza dei cittadini non cogliessero la ricchezza creativa di quel movimento, sarebbero stati più felici e liberi questi bolognesi che d’allora in poi sono andati rincagnandosi e inacidendosi, raggrumati nei loro pregiudizi, senza nulla idea e ancor meno ideali. Nemmeno di riforma, alcuna. Imbeni tentò di capirci qualcosa in quello strano movimento, ma fuori tempo massimo.
Però anche questo oggi non ha più importanza, e nel libro di Enrico tutti i torrenti, tutti i rivoli, tutte le acque che confluirono a formare il grande fiume compaiono, stanno lì, si muovono, già sono fotografie, immagini che dovrebbero essere per definizione fisse, ma loro si muovono e ti parlano; insieme e in sequenza compongono un film, da cui una volta cominciato non riesci a staccarti. Infine un libro, un film, una narrazione che spazza via- era ora- tutte le diatribe sul ’77 violento, e cupo, non perché le contesti, semplicemente perché non c’erano, non ebbero diritto di esistenza, non erano vere.
Dalle pagine del libro sgorga la vita, politica, sociale, individuale, di gruppo, dei maschi, delle femmine, dei più giovani e dei meno, e questa vita è così ricca che irrora, irriga, anche la morte, la terribile morte di Francesco, fucilato da un carabiniere. Così questo libro ricostituisce donandocela la verità, che, come ci insegnavano da piccoli, è rivoluzionaria.
Un’ultima cosa, discutendo una volta con Toni Negri, egli ebbe a dirmi che il ’77 bolognese era stato un’opera d’arte, cioè irriproducibile, quindi non una azione politica né tantomeno fonte di una scienza politica. Ci sarebbe molto da obiettare, ma, seppure non so se il ’77 sia stato un’opera d’arte, certamente lo è “I ragazzi del ‘77”, sottotitolo: una storia oggi condivisa su facebook, ieri nelle strade che chissà, potrebbero tornare a riempirsi quando meno ce lo si aspetta.