recensione di Giuseppe De Bellis Quotidiano dei lavoratori – 27 maggio 1979
Se un ‘difetto’ bisogna trovare nel fotolibro di Scuro (ed uno almeno è d’obbligo trovarlo) è probabile che consista nella limitatezza del pubblico (‘audience’ verrebbe voglia di scrivere) in grado di poter afferrare a pieno le emozioni ed i significati delle sue immagini: sono foto fatte ‘dall’interno’ del movimento, foto in gran parte scattate ‘ad uso e consumo’ del Movimento di Bologna assolutamente altro da un reportage, da un documento giornalistico. Chi non ha vissuto abbastanza direttamente questi ultimi anni bolognesi potrà certo consumare questo libro alla profiqua ricerca di atmosfere, di profumi, di omofonie, ma non potrà immergersi a fondo nella ‘privatissima’ storia che esso racconta. «La nostra (storia), fatta di tenerezze, scritte sui muri, cortei gioiosi e militari, tensioni, rimane nostalgico ricordo, per alcuni neanche consavevole memoria»: le immagini di Scuro sembrano le puntuali pietre miliari di questa frase (di Benecchi): sono le pedine di un gioco di incastri, che riporta alla luce le suggestioni e le paure dell’avventura bolognese. Un libro, in sintesi, che dovrà subire differenti usi a seconda che venga guardato da chi a Bologna, ‘c’è stato in mezzo’ o da chi, a Bologna, non c’era o se c’era, dormiva.
a cura di Francesco Vincitorio L’Espresso – 3 giugno 1979
“Malgrado voi”. Libretto che raccoglie le drammatiche “immagini di due anni di battaglie del Movimento di Bologna”. Autore il fotografo Enrico Scuro. Ediz. L’occhio impuro. Bologna
recensione di R. d R. lotta continua – 7 giugno 1979
« Immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Così esordisce il sottotitolo di « Malgrado voi » un libro fotografico di Enrico Scuro, in libreria da qualche settimana e proposto dalle edizioni « L’occhio impuro ». Le foto sono introdotte da due brevi scritti: il primo di Diego Benecchi « contro il quotidiano della rinuncia »; il secondo « contro l’esistente per il possbile » del trasversalista Franco Berardi (Bifo). Le foto si snodano subito dopo e sono una scelta del discorso fotografico « ufficiale » delle vicende bolognesi. Alcune foto sono già note: le abbiamo viste su Linus, giornali, fogli, libri, altre sono, oltre che inedite, migliori delle note.
Per quelli che sono riusciti a mettersi in pensione « post-movimentista » l’oggetto è indispensabile, potranno dire ai loro figli: « vedi, quello col passamontagna e la spranga è papà da giovane… ». Ma va bene anche per quelli che in pensione non sono riusciti ad andarci: vedere la propria faccia va sempre bene. Ottimo da mostrare agli amici nelle lunghe serate dedicate alle « mie foto ».
Piccola la città e Bifo mormora
recensione di Ando Gilardi PHOTO – luglio 1979
Il primo sintomo, agghiacciante, della demenza lo svelano il linguaggio e la scrittura. Succede questo: il malato ha in testa delle idee confuse, poi sa scrivere frasi confuse. Fra le idee e le frasi non esiste nessunissimo rapporto: immaginate due tiretti della scrivania completamente in disordine, come capita. Il primo non descrive il secondo, meno che mai lo spiega: solo si può dire che hanno in comune il disordine. Ora, il demente, considera questo rapporto come trascrizione: il secondo tiretto è la forma descrittiva del primo. E si tiene il primo tiretto in testa, ti fa vedere il secondo e dice: ecco come la penso, ti ho chiarito l’idea? Tutto questo per parlarvi di un piccolo fotolibro di Enrico Scuro, fotografo, con testi di Diego Benecchi e Franco Berardi detto Bifo. I quali sono esempi perfetti di quella dissociazione del linguaggio che abbiamo brevemente descritto. Bifo ebbe una certa notorietà qualche anno fa al tempo della Marcia del Movimento su Bologna: era un professorino molto arrabbiato che ripeteva « vi spazzeremo tutti con una risata ». Deve essere molto invecchiato, e perso i denti, quanto meno ideali. Forse ora dice « vi spruzzeremo tutti con una risata ». Mio dio, mio dio: che tristezza. Però grazie, dio, per avermi piazzato tre generazioni fa: meglio merda che niente. Il fotolibro Scuro ha per titolo « Malgrado voi, immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Insomma, a suo modo è interessante come documento dell’amplificazione resa possibile dalla fotografia di quelle che furono, come qualità politica, squallide risse da osteria portate sulla piazza. È vero, ahimé, che può scapparci un morto. O due al massimo. Ma questi sono gli svantaggi e i vantaggi della mia generazione: che si è fatta un’economia della compassione secondo la quale si usa la parola battaglia da qualche centinaio di morti in su. Al di sotto si tratta di incidenti: penosissimi ovviamente. Ma incidenti.
Fotografia ed editoria
Progresso Fotografico – dicembre 1979
Significativa, in proposito, la testimonianza di Enrico Scuro, un giovane fotografo bolognese che ha vissuto l’avventura della autoedizione: « Basta avere un piccolo capitale, trovare un compositore,un tipografo e un rilegatore e il gioco è fatto. Nella pratica, però, è un’altra cosa. Avevo in cantiere due progetti di libri fotografici: il primo che documentava i « fatti » di Bologna dal ’77 in poi, il secondo centrato sui grandi raduni musicali. Un editore ha visto le centinaia di fotografie e si è mostrato entusiasta di poterle trasformare in due libri. Dopo sei mesi si è accorto che non poteva rischiare la pubblicazione di un fotografo sconosciuto. Ho rischiato da solo, realizzando il primo progetto. Un prestito di una banca e qualche cambiale. Costo: 2.000.000 di lire per 2.100 copie. Risultato: tiri libro, « Malgrado voi », di 60 pagine 20 x 20. Prezzo di copertina 3.000 lire. Poi mi sono accorto che il problema vero non era fare il libro, ma venderlo… Insomma, si è trattato di perdere un paio di mesi e dormire poco la notte per tutti i problemi pratici ed economici. Una esperienza da fare al massimo una sola volta nella vita ».
Docuserie Netflix, in cinque episodi. Regia: Pepsy Romanoff Scritta da Igor Artibani e Guglielmo Ariè Produzione: Solaris Media di Guglielmo Ariè e Azzurra Ariè in collaborazione con la casa di produzione Except di Maurizio Vassallo e Pepsy Romanoff, 2023.
La serie segue Vasco nei luoghi che hanno segnato la vita e la carriera. Da Zocca, che è la sua città natale, a Los Angeles e, attraverso interviste, materiali d’archivio e testimonianze di chi lo ha accompagnato in questi anni, ripercorre la sua e le molte storie che stanno dietro alle indimenticabili canzoni.
Dall’archivio sei fotografie del concerto di Patti Smith nel settembre 1979.
“Sono sopravvissuto agli anni Settanta, agli anni Ottanta. Alla fine del millennio sono andato in depressione anche lì sono andato avanti. Sono sopravvissuto a tre malattie mortali nel 2011, quando sono andato in coma tre o quattro volte, preso per un pelo. Fino al 2020 quando è arrivata questa catastrofe mondiale. Io non sono solo un sopravvissuto, sono un supervissuto”
La performance a Bologna negli anni ’70 a cura di Uliana Zanetti Settore Musei Civici Bologna | MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, 2023
Volume realizzato nell’ambito del progetto Immagini d’autore come opere e come fonti per la ricerca storicavincitore del PAC2021 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura
Intervista di Uliana Zanetti a Enrico Scuro
UZ Quali sono le tue origini e come sei arrivato alla fotografia?
ES Sono nato a Taranto nel 1952 e, nel 1971, terminato il Liceo Scientifico, mi sono iscritto a Ingegneria al Politecnico di Torino. Negli anni del liceo mi ero appassionato all’arte e avevo cominciato a dipingere paesaggi. Quando ho scoperto l’Iperrealismo americano, con quei dipinti che sembrano fotografie vere, me ne sono innamorato e ho desiderato fare cose identiche, ma come pittore ne ero incapace. Ho smesso e ho pensato che dovevo iniziare a fare delle fotografie.
Nell’estate del 1972 una serie di circostanze ha dato una svolta alla mia vita. Insieme a due miei amici di Taranto ho fatto il mio primo viaggio all’estero, in un campo di lavoro Emmaus a Digione, in Francia. Si trattava di campi di lavoro internazionali, ideati dall’Abbè Pierre, un monaco francese, organizzati nel periodo estivo. Si raccoglievano a tappeto, nella città e nella campagna circostante, casa per casa, tutte quelle cose che alla gente non servivano più. Nei campi si operava la selezione del materiale raccolto (carta, ferro, vestiti, oggetti, mobili) che veniva poi venduto e il ricavato destinato alle popolazioni africane. Nei campi, cibo e alloggio gratis. Era una grande occasione di uscire dalla provincia ed incontrare giovani di tutta Europa.
Siamo partiti in autostop e abbiamo fatto la prima tappa a Milano. Lì ho visto in una vetrina una Canon FTb usata. Ho preso l’insensata decisione di comprarla spendendo quasi tutti soldi che avevo per l’intero viaggio. Ma sentivo che iniziava un nuovo periodo della vita e volevo assolutamente fotografarla. Poi siamo andati a Venezia. Da buoni appassionati d’arte abbiamo visitato chiese e musei. Alle Gallerie dell’Accademia sono rimasto abbagliato dalla Cena in casa di Levi [1573] di Paolo Veronese. Era un quadro enorme, con all’interno tante scene che erano tutte perfette inquadrature fotografiche, con quella prospettiva rinascimentale e tutti i personaggi nell’atto di vivere. Mi sono detto che dovevo fotografare così.
A Digione, c’erano due campi di lavoro alloggiati in due diverse scuole. Un giorno sono venuti a trovarci quelli dell’altro campo e lì c’era una ragazza bolognese che mi è subito piaciuta ma dovevo partire il giorno successivo per Parigi e ci siamo salutati pensando di non rivederci. Invece no. Una giornata veramente sfortunata di autostop mi ha costretto a rimanere a Digione. La sera l’ho rivista e ho preso il coraggio di farmi dare il suo indirizzo. Ci siamo scritti e a novembre, dovendo tornare a Torino per gli studi, mi sono fermato a Bologna per incontrarla e non me ne sono più andato. La ragazza è Angela Gualanduzzi. Mia moglie.
Al momento delle pratiche per trasferirmi da Torino all’Università di Bologna, l’impiegato allo sportello mi ha detto che avrei perso gli esami già fatti a Torino. Era un errore, ma l’ho scoperto dopo. Piuttosto che ricominciare Ingegneria daccapo, l’interesse per la fotografia e il mio carattere impulsivo mi hanno portato ad iscrivermi al DAMS. Mio padre si arrabbiò moltissimo e mi tagliò i viveri per un anno.
UZ Chi hai conosciuto al DAMS?
ES Nel 1973 al DAMS c’erano poche centinaia di iscritti divisi in tre indirizzi: arte, musica e spettacolo. Io facevo spettacolo. Le aggregazioni avvenivano all’interno dei diversi corsi disciplinari, per simpatia e interessi. Ho conosciuto tanta gente, ma ero particolarmente legato a Francesco Conversano, Stefano Barnaba e Massimo Marino. Avevamo costituito il Gruppo di ricerca audio-visiva, che si interessava di feste popolari a carattere religioso, sulla traccia degli studi di De Martino sul folklore. Abbiamo fatto due documentari: uno sulla Settimana Santa a Taranto e uno su quella di Cerignola. Mi sono laureato con una tesi che riguardava la documentazione cinematografica delle feste religiose con Giampaolo Bernagozzi, docente di Cinematografia documentaria. Il correlatore era Italo Zannier, mio insegnante di Storia della fotografia.
UZ Quindi ti occupavi di cinema?
ES Sì, i due documentari che avevamo fatto erano parte integrante della tesi, anche se le riprese cinematografiche le aveva fatte Conversano e io avevo scattato solo fotografie. Conoscere il linguaggio cinematografico è importante anche per un fotografo. La ricerca sulle feste religiose è il primo nucleo del mio lavoro di fotografo.
Sempre nata all’interno del DAMS c’è la documentazione del lavoro fatto da Giuliano Scabia con il Gruppo del Gorilla Quadrumano per il corso di Drammaturgia II. Una ricerca sul linguaggio del teatro vagante di origine contadina e la sua forza comunicativa.
Nel 1976, con i grandi raduni musicali italiani, è iniziata una nuova fase fotografica. Il primo raduno è stato Umbria Jazz. I concerti erano tutti gratis, ogni sera in una località diversa. Migliaia di persone che arrivavano da tutta Italia e si spostavano tra le città dell’Umbria con tutto il contrasto tra le architetture medievali e questa tipologia umana. Poi ci sono stati la Festa del Proletariato giovanile a Parco Lambro e un tentativo di fare qualcosa di simile da parte del PCI a Ravenna. Ho fotografato tutti questi avvenimenti, ma perché ero lì come spettatore.
UZ Avevi mantenuto un interesse per questi raduni di massa che già avevi quando andavi alle feste religiose. Lo sguardo era rivolto al pubblico. Nelle feste religiose tutti erano in qualche modo parte attiva della scena della rappresentazione. Ai concerti invece c’era una separazione più netta tra chi si esibiva e chi ascoltava, ma tu non fotografavi i musicisti.
ES Sì, il soggetto principale di tutte le mie fotografie sono le persone inserite in un contesto. Tra tutti gli scatti che ho fatto a Umbria Jazz c’è solo una fotografia del palco, da lontano. A Parco Lambro penso siano due. A me interessavano le persone.
Per me è stato naturale fotografare il ’77 e farlo in quel modo. Quel genere di fotografia era quello a cui ero abituato.
UZ C’è anche chi guarda in camera.
ES Io amo le persone che guardano in camera. Tante volte ho aspettato che guardassero in camera per scattare, perché negli anni ’70 c’era un rapporto diretto tra fotografo e fotografato. Era anche il superamento del codice che voleva non si notasse la presenza del fotografo. La presenza del fotografo è dichiarata. Come negli scatti dei fotografi ambulanti dell’ottocento. Il soggetto che guarda in camera, inoltre, guarda negli occhi chi vede l’immagine. C’è ancora più coinvolgimento.
UZ Quanto contavano per te gli stili di reportage che potevi conoscere in quel periodo e gli insegnamenti di Zannier? Tu come ti orientavi rispetto al contesto, visto che nessuno ti commissionava queste immagini?
ES Molto ha influito anche il leggere e il guardare fotografie il più possibile. Un amico edicolante mi lasciava sfogliare tutte le riviste e vedevo un sacco di immagini. Il mio modello era Donald McCullin. Il suo primo reportage che ho visto è quello sull’Irlanda del Nord. Da lui ho imparato che si potevano fare fotografie belle del quotidiano e della realtà, anche la più cruda.
UZ Cosa intendi per bella foto? Cosa conta di più per te: il taglio, il momento da cogliere nello scatto, la prospettiva, la luce?
ES Non dipende da un solo fattore. C’è un po’ di tutto. Le foto belle sono quelle che ti restano impresse appena le vedi, quelle che mostrano qualcosa che non hai già visto. Quindi c’è il taglio e c’è la luce, ma in questo tipo di fotografie la luce è quella che c’è: se devi prendere un’immagine al volo hai solo il tempo per inquadrare. I primi anni sono stati fondamentali nell’imparare a gestire la luce presente e, soprattutto di notte, la luce assente. Non mi piaceva e non avevo il flash. Dovevo far venire una foto dal buio. È stato un insegnamento importante.
UZ Che importanza ha l’aspetto formale nelle tue fotografie?
ES Ha molta importanza. Spesso le mie foto sembrano quadri rinascimentali, con un’impostazione molto classica. Il soggetto è quasi sempre al centro dell’immagine, con una vista frontale e un punto di fuga centrale. Per esempio, nella foto dell’assemblea al DAMS, che avete acquisito, riconosco lo schema compositivo della Scuola di Atene di Raffaello. Non li ho messi in posa io, ma ho scelto quell’inquadratura. Un altro esempio è la foto con la macchina rovesciata in strada con la prospettiva di Via Zamboni. Col tempo ho notato che è una copia, nella sua struttura, della Città ideale che si trova a Urbino. Eravamo in mezzo a degli scontri con la polizia ed io sono andato a cercare inconsapevolmente quell’inquadratura particolare.
UZ Com’è iniziata la tua carriera di fotografo professionista?
ES Ero un lettore di Linus e nel 1976 Oreste Del Buono, che dirigeva la rivista, invitò i lettori a inviare articoli e immagini, dicendo che i migliori sarebbero stati compensati e pubblicati. Mandai l’articolo e il servizio fotografico su Parco Lambro e me lo pubblicarono. Poi mandai il reportage su Umbria Jazz e pubblicarono anche quello. Mi invitarono in redazione, perché ero stato, tra i lettori, l’unico ad essere pubblicato Così ho iniziato a collaborare con loro. All’inizio del ’77 mi è stato suggerito di mostrare le mie fotografie a Grazia Neri a Milano. Sono stato accettato e sono stato incluso tra i reporter free-lance che la sua agenzia distribuiva. Sono rimasto con lei fino a quando non ho smesso di fare il fotografo professionista, nel 1982.
UZ Nel suo romanzo Boccalone. Storia vera piena di bugie, Enrico Palandri parla molto del libro Bologna marzo ’77. Fatti nostri, che fu pubblicato quasi subito e che è uno dei primi che contiene tue fotografie. Dopo l’uccisione di Lorusso si sentiva questa esigenza di fare immediatamente contro-informazione?
ES Quel libro nasce effettivamente dall’esigenza di fare contro-informazione. Tra gli ideatori e organizzatori, a parte Enrico Palandri, c’erano Claudio Piersanti, Maurizio Torrealta e Carlo Rovelli. Due scrittori, un giornalista e uno scienziato. Mica male per un libro di movimento. Io naturalmente ho messo a disposizione tutte le mie fotografie fatte fino ad allora. L’editore era Bertani. Ci furono tentativi di sequestro dei materiali che avevamo, ma riuscimmo a portare tutto in tipografia. Era un libro collettivo che presentava la nostra versione dei fatti. L’immagine del Movimento veicolata dai media era estremamente negativa e noi dovevamo difendere le nostre ragioni. L’espressione delle nostre idee e la contro-informazione erano essenziali.
UZ A me sembra che nel Movimento del ’77 si avverta quasi un’urgenza di curare la propria messa in scena, come di trasporre subito gli eventi in narrazioni di stampo letterario. Credo ci sia stato anche il tentativo di dare forma a un racconto e a un immaginario orientati fin dal principio da una volontà di auto-documentazione. Mi sembra un aspetto particolarmente interessante, perché su questo piano la fotografia diventa determinante.
ES Il Movimento era una cosa strana. Tieni presente che è cominciato con Radio Alice nel 1976, dove tutti potevano parlare, quasi stile social. Poi c’era il DAMS nel suo periodo d’oro, pieno di talenti letterari e teatrali. Il teatro di Scabia ha cambiato tantissimo il modo di fare le manifestazioni. Io ho delle fotografie del gennaio 1977 dove la testa del corteo è quello classico del ’68: due file di servizio d’ordine, con il manico di piccone in mano e la bandierina rossa. A febbraio c’è già il corteo con il Drago, che viene dagli insegnamenti di Scabia sul teatro popolare e sull’elemento iconico: figure enormi fatte per attirare l’attenzione delle persone. Il Drago nasce da un’idea geniale. La domenica di Carnevale c’erano i carri in città ed era assolutamente vietato manifestare. Al DAMS a qualcuno venne l’idea di fare una manifestazione travestiti come in una festa di Carnevale. Come elemento figurativo si scelse il Drago, che è tipico della cultura cinese e molti di noi, me compreso, si dipinsero le facce da Indiani Metropolitani. Ci sono anch’io in quelle foto. In questo modo abbiamo fatto una manifestazione non autorizzata. La polizia è arrivata ma non è intervenuta. Poi il Drago è diventato un simbolo del Movimento. Eravamo molto creativi, ognuno metteva nel Movimento quello che sapeva fare e tutto confluiva nell’esteriorità del Movimento. Nel Movimento del ’77 bolognese esistono tutte le diverse discipline artistiche.
UZ Sei praticamente considerato il fotografo “ufficiale” del ’77 a Bologna e sei sempre coinvolto quando si parla di questo argomento: le tue fotografie sono diventate una chiave di volta della memoria.
ES Ero di sinistra, già con Radio Alice avevo iniziato a fare fotografie. Non ero un giornalista che andava a fare un servizio, appartenevo al Movimento. Allora non ci si poteva fidare dei fotografi esterni perché potevano usare le immagini contro di noi: c’erano arresti, si andava in carcere. Chi mi vedeva tutti i giorni, alle assemblee e a fotografare, aveva completa fiducia in me. Sapevano che non cercavo lo scoop, ma ero uno di loro. Nel 1976 era già uscito Alice è il diavolo, che forse è stato il primo libro del Movimento, e già lì c’erano mie fotografie. Questo mi permetteva di fotografare situazioni alle quali altri non sarebbero stati ammessi così da vicino.
UZ Tua moglie collaborava con te?
ES Anche Angela era nel Movimento. Eravamo quasi sempre insieme. Nelle manifestazioni io le passavo i rullini bollenti, quelli che non dovevano finire nelle mani della polizia. Era il mio deposito segreto.
UZ C’era un mercato per queste immagini?
ES Ho venduto qualcosa tramite Grazia Neri, ma non bastava per vivere. In tutte le mostre e le pubblicazioni del Movimento le mie fotografie comparivano gratuitamente. Nel 1977 ero uno studente, mi sono laureato agli inizi del 1978. Finiti gli studi, però, dovevo guadagnare ed è stata dura. Non solo non facevo cronaca, ma a Bologna ero considerato il fotografo del Movimento e quindi praticamente un appestato. Per fortuna i genitori di Angela ci hanno comprato casa e lei nel 1979, dopo essersi laureata in Lettere, ha trovato lavoro come impiegata amministrativa. Ci siamo sposati. Come fotografo guadagnavo pochissimo e praticamente Angela mi ha mantenuto per un sacco di tempo. Il periodo più duro della mia vita.
UZ Quando hai deciso di abbandonare il lavoro di fotografo?
ES Sono entrato in crisi in varie tappe. Nel 1979 Grazia Neri mi aveva proposto di darmi una lettera di presentazione per France Presse, la più grande agenzia europea, che stava a Parigi, ma io non avevo la possibilità economica di trasferirmi là. Avevo un corpo macchina, un 28mm e zero soldi. Mio padre non credeva nel lavoro di fotografo e si è rifiutato di aiutarmi finanziariamente. Il mio sogno di andare in giro a fotografare nei paesi dove si svolgevano conflitti militari o sociali era finito.
Altra tappa della crisi, il servizio sulla strage alla Stazione di Bologna. Fu un servizio sfortunato, perché scoprii tardi quello che era successo. Non avevo quegli agganci che permettono a chi fa cronaca di essere subito informati di quello che succede in città. Quando arrivai in stazione la fase del soccorso ai feriti e del recupero dei morti era passata e il servizio che mandai a Grazia Neri per Paris Match mi venne rifiutato per mancanza di morti e feriti. Allora era così, se c’erano dei morti si doveva vedere il morto ammazzato. Non è come oggi. Mentre fotografavo, poi, avevo la sensazione che noi fotografi fossimo considerati sciacalli, perché non davamo alcun aiuto pratico. Solo una ventina d’anni dopo è stata riconosciuta l’importanza documentaria delle immagini di tutti i fotografi lì presenti.
Poi agli inizi degli anni ’80 è iniziato il boom della moda italiana e quindi della fotografia di moda, e anch’io ho cominciato a fare foto di casting per le modelle. Ma per lavorare si doveva stare a Milano, vicino a certi ambienti, e mi sono trasferito là per qualche mese. Ma se a Bologna mi dicevano che si avvalevano solo di fotografi di Milano, a Milano mi dicevano che volevano fotografi di Parigi o di New York. Dopo sei mesi non avevo più niente e dal 1984 in poi ho passato un periodo tremendo dal punto di vista finanziario. Nel 1987 mi hanno offerto un posto di lavoro negli studi televisivi dell’Antoniano come ispettore di produzione. Mia moglie era incinta e ho deciso di accettare. Ero arrabbiatissimo perché non ero riuscito a fare il lavoro che desideravo. Ho buttato tutto, ma ho tenuto i negativi. Nessuno sapeva più che ero un fotografo.
Solo nel 2008 ho deciso di fare un sito dove ho pubblicato le mie fotografie ed è cambiato tutto. L’anno dopo mi hanno invitato a Torino per una mostra personale. L’anno successivo mi hanno chiesto una fotografia per la mostra ufficiale dei 150 anni dell’Unità d’Italia, iniziata a gennaio 2011 sempre a Torino.
Quell’anno mi sono iscritto a Facebook e ho iniziato a pubblicare le foto del ’77. È stato subito un happening. Tantissimi mi hanno mandato fotografie, racconti, testimonianze. Ho pensato che fosse un peccato lasciare tutto su Facebook, perché in poco tempo sarebbe sparito. Ho pensato di raccogliere il tutto e provare a realizzare una cosa considerata impossibile: sistematizzare il flusso magmatico di Facebook. È nato il libro I ragazzi del ’77. Una storia condivisa su Facebook. 544 pagine, 1272 fotografie e migliaia di pensieri. C’ero riuscito.
UZ Questo disoccultamento del tuo lavoro ti ha spinto a fare ancora fotografie?
ES Assolutamente no. Quello è stato proprio uno stacco di incazzatura. Non ho buttato la macchina fotografica perché fotografavo la famiglia. Fotografavo, ma per me. La rinuncia al sogno è stata forte, ma non sono di quelli che stanno a rimpiangere il passato. Quello che mi sto godendo adesso è questa riscoperta “post-mortem” da vivo.
UZ Vorrei chiederti qualcosa sui servizi che il MAMbo ha acquistato con il Premio PAC2021. Mi interessa in particolare il servizio sulla seconda Settimana, del 1978. Da dove deriva l’attenzione per l’attività della Galleria d’Arte Moderna, visto che in quell’anno hai fotografato anche la sezione dedicata a Fluxus alla mostra Metafisica del quotidiano?
ES La Galleria d’Arte Moderna era una grande novità, un’istituzione all’avanguardia.
In quegli anni ci si trovava in Piazza Verdi e lì si decideva dove andare più o meno tutti assieme. Un giorno qualcuno disse che alla Galleria d’Arte Moderna c’erano le performance e che il giorno prima c’era stato Demetrio Stratos. Così decidemmo di andare. Per me si trattava tra l’altro di un buon soggetto da fotografare per Grazia Neri.
In Galleria c’era anche la mostra di Fluxus. Io non ero interessato alle mostre, ma le opere che vedevo in quella mostra, con le scritte e il resto, mi sembravano tanto vicine a quello che si faceva nel ’77. Le ho fotografate pensando che, se quella era arte, era arte anche quella che avevamo fatto noi. Le scritte erano ugualmente demenziali, solo che da una parte erano considerate arte e dall’altra imbrattamento dei muri. Tra le mie foto più richieste c’è quella con la scritta, su un muro del DAMS occupato: “Decreto lo stato di felicità permanente”. Che è una scritta stile Fluxus.
Indice
Introduzione
Lorenzo Balbi Performare il museo. Esperienze recenti dentro e fuori il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna Uliana ZanettiArchivi museali tra storia istituzionale e racconto storico-artistico
Rilevamenti d’archivio.Le Settimane Internazionali della Performance e gli anni ’60 e ’70 a Bologna e in Emilia Romagna
Pierluigi Molteni, Wladimiro BendandiEsporre la performance. Note sull’allestimento di Rilevamenti d’archivio La nuova sezione del MAMbo dedicata alla performance
Bologna anni ’70
Alessandra TronconeGennaio 70 a Bologna: il video in mostra Pasquali FameliTracce per una storia della performance nelle gallerie private bolognesi negli anni ’70 Caterina Molteni La materia della parola: Adriano Spatola curatore e performer alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna Uliana ZanettiLa prima Settimana Internazionale della Performance nei documenti del MAMbo Lorenzo Mango La postavanguardia alla Seconda Settimana Internazionale della Performance Alessandra AcocellaArrigo Lora Totino e le Settimane Internazionali della Performance di Bologna (1977-1981) Francesco SpampinatoNo Bologna No New York: il network No Wave tra le due città 1977-1983 Sabrina SamorìLa performance vestita tra anni ’70 e ’80 Roberto GrandiIl mito spezzato Claudio MussoIl teatro degli scontri. Note sul paesaggio urbano a Bologna 1975-1984 Elvira VanniniNon siamo qui non siamo là, il nostro covo è tutta la città. La potenza creativa del movimento del ’77 Maria Antonietta Trasforini Luoghi del femminismo, sconfinamenti e azioni “performative”. Bologna anni ’70 Alessandra PioselliLa Madonna, un tubo e un bidone. Azioni in Piazza Maggiore. Anna Valeria Borsari e Greta Schodl Francesca RebecchiFranco Vaccari. Un precursore in viaggio nell’Emilia degli anni ’60 e ’70 Francesca GalloVariazioni attorno al tableau vivant: appunti sulle performance di Luigi Ontani Sara Codutti Fabio Mauri, Bologna 1938-1978: poesia, ideologia, azione Laura IamurriGina Pane a Bologna, 1976-1978
I curatori delle Settimane Internazionali della Performance
Renato BarilliLe Settimane dopo il 1977 Ivo BonacorsiFrancesca Alinovi. Lo stato di grazia della performance Lara De Lena, Caterina SinigagliaTutte le arti tendono alla performance: un approccio alla genesi del pensiero critico di Roberto Daolio Franco SolmiPerformance al museo Marilena PasqualiUna settimana di gioiosa follia Deanna Farneti CeraSulla prima Settimana Internazionale della Performance Uliana ZanettiAngela Tosarelli Tassinari Franco QuadriLettera a Renato Barilli Seconda Settimana Internazionale della Performance. Comunicato stampa Intervista ad Anna Canepa Leonetta BentivoglioUna preistoria significativa Oderso RubiniFollow the Waves. La Quarta Settimana Internazionale della Performance Lorenzo MangoLa Sesta Settimana Internazionale della Performance
Oltre le Settimane Internazionali della Performance
Conversazione con Sara De Giovanni e Daniele Del PozzoIl Cassero. Performare il genere Silvia Fanti/XingCronache
Nuove immagini per le raccolte del MAMbo. Gli autori delle opere acquistate grazie al PAC2021
Antonio Masotti Mario Carbone Silvia Lelli Enrico Scuro Emanuele Angiuli
Appendici
a cura di Barbara SecciLista delle opere acquistate grazie al PAC2021 – Piano per l’Arte Contemporanea Lorenza Cariello / translations by Elisabetta ZoniSynopsis
Il MAMbo– Museo d’Arte Moderna di Bologna è tra le vincitrici del bando “PAC2021 – PIANO PER L’ARTE CONTEMPORANEA” promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura
Catalogo della mostra BOLOGNA FOTOGRAFATA. Persone, luoghi, fotografi a cura di Giuseppe Savini Edizioni Cineteca di Bologna – 2023
Una ragazza che guarda diritto in macchina, ma nascosta dietro a una veletta: è la Bologna fotografata che abbiamo voluto presentare in questo libro. Nessun timore dell’obiettivo, ma una riservatezza da custodire, una distanza da rispettare. Attraverso tante immagini diverse, abbiamo cercato di raccontare la nostra città utilizzando lo sguardo di tutti coloro che l’hanno osservata, per ragioni e passioni differenti, da dietro la lente di una macchina fotografica. Storie di fotografi e di fotografie, di facce e di luoghi in un percorso che vuole essere innanzitutto un omaggio a Bologna e a tutti coloro che l’hanno abitata.
Bologna Fotografata
PERSONE, LUOGHI, FOTOGRAFI
Bologna, Sottopasso di Piazza Re Enzo 12 maggio 2023 – 4 agosto 2024
Dall’antimilitarismo a Radio Alice e ancora più in là
Valerio Minnella, Wu Ming 1, Filo Sottile Se vi va bene bene se no seghe. Dall’antimilitarismo a Radio Alice e ancora più in là Edizioni Alegre, 2023
Autobiografia di Valerio Minnella, basata su tre anni di conversazioni-fiume con WM1 e Filo Sottile. Conversazioni registrate, trascritte, discusse, integrate con lavoro d’archivio, infine rielaborate a sei mani in una lunga jam-session, durante la quale gli assoli di Valerio non smettevano di stupire.
Radio Alice – per chi le vuol bene, solo «Alice» – è sgomberata dai Biechi Blu la sera del 12 marzo 1977. C’è chi fugge sopra i tetti, passando accanto a un’antenna da carro armato, ma qualcuno rimane, perché non si abbandona la nave, pardon, la tecnologia, all’orda nemica. Il resto è storia: «Sono entrati… Abbiamo le mani alzate… Stanno strappando il microfono…» A dire quelle frasi è Valerio Minnella, e in questo libro racconta la sua storia. Che comincia ben prima di Alice. Quel 12 marzo, Valerio ne ha già vissute e fatte tante: ha lottato per l’obiezione di coscienza, ha tirato su una tendopoli in piazza Montecitorio, ha bruciato la cartolina di leva, è stato 300 giorni in carcere militare, ha camminato per chilometri con Franco Battiato, ha preso parte alla rivoluzione di Franco Basaglia al manicomio di Trieste… Poi le radio libere, l’arresto e di nuovo il carcere (stavolta civile), altre lotte, intuizioni, trovate, marchingegni. Perché, come si dice a Bologna, ci vuole dello sbuzzo, e Valerio ne ha da vendere. Cos’è lo sbuzzo lo spiega poi lui. Una lettura che sorprende, come un concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven che parte mentre la polizia irrompe. Niente seghe, perché è sicuro che vi andrà bene.
Bologna, Sottopasso di Piazza Re Enzo 12 maggio 2023 – 4 agosto 2024
Dopo il successo della mostra allestita nel 2017, continua il lavoro sulla memoria di Bologna attraverso la fotografia: Bologna fotografata. Persone, luoghi, fotografi.
La mostra, a cura di Giuseppe Savini, con circa 1100 foto e 16 installazioni segue un doppio binario: da un lato, un percorso cronologico che va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni Novanta del Novecento, con gli ultimi scatti prima dell’avvento della fotografia digitale; dall’altro lato, un percorso attraverso il lavoro degli studi fotografici che nei decenni hanno costruito l’immagine della città.
Ci si muove così dalla Bologna dell’Età unitaria, con le sue mura e i suoi canali verso la Grande guerra e la figure del sindaco Zanardi e la creazione dell’Istituto Rizzoli per la riabilitazione dei feriti; l’epoca fascista e il tragico di occupazione nazista dal 1943-1945, fino alla Liberazione del 21 aprile 1945; gli anni del Boom con Dozza e Dossetti; gli anni della contestazione; la bomba del 2 agosto 1980; per chiudere con gli ultimi 15 anni di fotografia analogica, dal 1980 al 1994.
La mostra è promossa da Cineteca di Bologna, Comune di Bologna, Ministero della Cultura e Regione Emilia-Romagna.
La città è sempre quella, Bologna, e gli anni che si attraversano sono i medesimi, dalla fine di un secolo, l’Ottocento, alla fine di quello successivo. Nuovamente Bologna fotografata, come già titolava la mostra allestita nel 2017, nuovamente il Sottopasso come sede, ma la narrazione di questa nuova esposizione, pur essendo simile in tanti suoi aspetti a quella precedente, è in realtà differente. All’esperienza nata in quella occasione si è affiancata la possibilità di disporre di nuovi fondi fotografici acquisiti ultimamente dalla Cineteca; ad essi vanno poi aggiunti i tanti archivi pubblici e privati che, grazie alle collaborazioni attivate per la realizzazione del portale Bologna fotografata, ci hanno fatto scoprire inediti sguardi sulla città. Una visione più ampia, più corale ed anche più composita. È stata questa l’idea per una nuova mostra che, partendo dalle tracce della precedente, potesse dare spazio alle tante e differenti tipologie di immagini che abbiamo ritrovato. Un nuovo racconto compiuto utilizzando i ritratti, le foto di cronaca, le immagini pubblicitarie, le schede della questura, gli album di famiglia… nella convinzione che ognuno di questi documenti potesse avere, a suo modo, la capacità di aggiungere una piccola ma significativa parte alla storia di Bologna. A fianco delle immagini iconiche, rimaste a scandire i tempi storici del racconto, è rappresentata una quotidianità fotografica della città composta da facce e da angoli di strade, da pose e da interni casalinghi. Abbiamo voluto che fossero le immagini a raccontarci la storia e non che apparissero come mere illustrazioni di un racconto già fatto; ed è per questo che un’attenzione particolare è riservata a coloro che hanno realizzato questo grande archivio della città, i fotografi, con le loro più differenti attitudini, capacità e volontà. Lasciamo dunque a loro il compito di suggerirci le ragioni e i modi che li portarono a scegliere come e quale Bologna fotografare.“
Giuseppe Savini(curatore della mostra)
Gli anni della contestazione
“La storia fa le curve, e a volte sono molto strette. Alla fine del rettilineo del benessere Bologna è una città di operai dai volti ancora contadini, ma con la lavatrice e il frigorifero, la Seicento e le vacanze a Cesenatico. Ma anche di ragazzi nati dopo le bombe e le macerie, e per loro Bologna è soltanto un luogo del mondo. Solo che il mondo, alla fine degli anni Sessanta, ribolle di ribellioni. Il Vietnam è più vicino della Roma dei politici.
Volonterosamente, la città cerca di assorbire e metabolizzare il fermento. Di farne la materia prima della propria maturazione. Bologna vuole essere un’officina di culture e si attrezza per farlo, produce musica, accoglie e rilancia arte.
Dopo avere per oltre un secolo registrato come Bologna è, i fotografi si appassionano a quello che fa. Vanno ai concerti, alle performance, spiano la scena di strada.
Nelle loro immagini gli artisti non sono più celebrità mondane di passaggio, ma donatori di senso, chiamati a portare a Bologna l’aria del mondo. Lo sport è un nuovo orgoglio civico, versione ludica del bisogno di riconoscimento nella comunità. Sono ancora aperte come un tempo le osterie cantate da Francesco Guccini.
Le persone: gonne a fiori e minigonne sotto i portici, le bolognesi, indipendenti, orgogliose, cittadine, ribelli. Gli spazi: anche quelli del centro storico riscoperto come un tessuto prezioso, non valgono solo per la bellezza antica, ma per la vita nuova che possono ospitare e migliorare. Una città di usi e condivisioni si sovrappone alla città degli spazi e delle scenografie. I fotografi ora la guardano dal di dentro.
Ma è proprio quando si corre più veloci che le curve diventano pericolose. Le barricate e i cortei del ’77 bolognese chiudono un decennio di desiderio: una generazione ora ha intravisto i baratri del futuro, ne prova terrore e disgusto e tenta di ammutinarsi al proprio destino; la città ufficiale non la capisce, non la ascolta. Il sipario si strappa. Blindati nelle vie del sapere. Spari in via Mascarella. L’immagine di Bologna si frantuma come in un caleidoscopio, non è più pensabile una sola rappresentazione corale della città: le fotografie scattate dall’interno e dall’esterno del movimento non raccontano più le stesse cose, diventano opposte e anche nemiche.
Un crepaccio improvvisamente divide la città, forse per sempre, Poi, qualcuno butterà eroina sul fuoco.“
Dominique Gonzalez-Foerster PISTARAMA TORINO. Curva parabolica della Pista 500 al Lingotto collage di 155 metri (stampa digitale su vinile adesivo) 4 maggio 2023 – settembre 2026 a cura di Lucrezia Calabrò Visconti
Per Pinacoteca Agnelli, Gonzalez-Foerster presenta PISTARAMA, un ambiente site-specific realizzato per la curva parabolica nord della Pista 500, quarto capitolo della serie di Panorama realizzati dall’artista. PISTARAMA si presenta come un collage monumentale, che prende le mosse dalla storia politica e culturale di Torino per estendersi a episodi e figure legate a lotte di rivendicazione sociale attraverso tempi e geografie diverse.
Ispirandosi alla tradizione del muralismo, PISTARAMA accoglie personaggi storici e di fantasia, opere d’arte, documenti, fotografie, riferimenti cinematografici e visioni dell’artista, per esplorare il modo in cui i corpi corpi rivendicano lo spazio delle città per dare vita a contro-narrazioni.
Particolare con il Drago
La curva parabolica della Pista si apre ospitando una collezione di graffiti e scritte, testimonianze di persone e movimenti sociali che attraverso la parola reclamano lo spazio pubblico e scrivono una storia collettiva. Le scritte provengono da graffiti rinvenuti dall’artista sui muri di Torino, ma anche da incisioni realizzate in epoca romana, fino ad arrivare a rivendicazioni contemporanee di interesse globale. Risalendo i lati della curva parabolica si giunge alla parte centrale del murale, che abbraccia invece un grande ritratto collettivo, nel quale la storia della città di Torino diventa punto di partenza per trattare grandi temi della contemporaneità, come i movimenti di resistenza ai poteri autoritari, il pacifismo, le lotte femministe e antirazziste e quelle per il lavoro, attraversate da Gonzalez-Foerster in un’ottica inclusiva e intersezionale.
La ricerca di Gonzalez-Foerster per PISTARAMA prende le mosse dai gruppi di lavoratrici e lavoratori che proprio nella fabbrica del Lingotto organizzarono forme di resistenza antifascista nel 1943. Il lavoro dell’artista si inserisce così nella missione storiografica della nuova Pinacoteca, che vuole portare alla luce episodi alle volte poco noti dell’ex-fabbrica FIAT, creando uno spazio dialettico di riflessione in seno all’istituzione. Lungi dal voler offrire una trattazione esaustiva, PISTARAMA ambisce a diventare uno strumento collettivo, da attivare per confrontarsi con una storia che non dev’essere dimenticata. Il progetto è un’esortazione a chi visita la Pista a guardare insieme al passato facendolo rivivere nella contemporaneità: un luogo della memoria da completare insieme e uno stimolo per nuove narrazioni condivise.
Ai piedi delle Due Torri di Bologna il cantiere della torre Garisenda diventa una mostra a cielo aperto
Comune di Bologna con la collaborazione dei Musei di Bologna, della Cineteca, Fondazione Carisbo, Genus Bononiae, Tper e BolognaWelcome Allestimento: HOMINA Bologna, Piazza di Porta Ravegnana, dal 30 gennaio 2023
I pannelli che delimitano l’area di cantiere sotto le Due Torri ospitano il racconto sulla storia del monumento simbolo di Bologna attraverso testi in doppia lingua (italiano e inglese) e immagini.
Le immagini formano una galleria dei ricordi che vede le Due Torri protagoniste e allo stesso tempo spettatrici privilegiate della vita trascorsa ai loro piedi nel corso degli anni.
Soffermandosi nella lettura dei testi si può scoprire che durante la costruzione della Garisenda, iniziata nel 1109, ci fu un cedimento del terreno che ne causò la pendenza ancora oggi evidente, e che nel 1355 la torre fu oggetto di un intervento di abbassamento dagli originari 60 metri di altezza agli attuali 47. La caratteristica pendenza della Garisenda trova spazio anche nell’Inferno dantesco, quando il Poeta, nel descrivere la vista del gigante Anteo che si china ad afferrarlo, richiamò l’effetto ottico suscitato in chi guarda da sotto la torre mentre è sovrastata da una nuvola che scorre in direzione opposta alla sua pendenza: “Qual pare a riguardar la Garisenda sotto il chinato quando un nuvol vada sovr’essa sì ch’ella in contrario penda, tal parve Anteo a me, che stava a bada di vederlo chinare“.
Le foto selezionate dall’archivio sono:
Manifestazione in via Rizzoli, 11 marzo 1978
Carmelo Bene legge Dante dalla Torre degli Asinelli di Bologna in memoria delle vittime della strage del 2 agosto 1981, 31 luglio 1981
Regia: Giangiacomo De Stefano Produzione: Una produzione Sky Arte e K+, in collaborazione con Sonne Film e Sample Durata: serie di 4 episodi da 43′ Paese: Italia Anno: 2022
Quattro foto nell’episodio 4 dal titolo “Edonismo e anarchia”. Fine anni ’70, a sancire il crollo dell’utopia e la nascita dell’individualismo la disco music da un lato, il punk dall’altro
Esiste una pagina alternativa della musica italiana, fatta di sperimentazioni e avanguardia. Questi sono i suoi protagonisti
Sound Gigante è un lavoro che passa attraverso l’uso di archivio, interviste, ricostruzioni, grafica e tanta musica, ma che è stato principalmente dettato dalla messa assieme di vicende apparentemente sconnesse l’una dall’altra. La storia, infatti, si articola attraverso esperienze legate al mondo delle colonne sonore, alle library, ai gruppi e artisti difficilmente inquadrabili, arrivando poi agli anni 80’, in un quadro che, come principale punto di arrivo, voleva mostrare come in Italia la musica sia stata molto di più del Festival di Sanremo o l’operetta.
La musica italiana viene associata all’opera, al pop, al Festival di Sanremo. Ma la musica italiana è stata molto di più e per un periodo durato circa venti anni ha prodotto innovazione, avanguardia, sperimentazione e ha ispirato artisti di tutto il mondo, influenzando rock, elettronica, cinema, arte. La serie, composta da 4 episodi narrati da Alessio Bertallot, racconta, attraverso interviste, musica e materiali di repertorio le vicende dei protagonisti di una vera e propria storia alternativa della musica italiana, che, fuori dai soliti schemi prevedibili e popolari, ha dato via a un nuovo sound, un sound gigante!
a cura di Michele Bertolino con la collaborazione di: MIT – Movimento Identità Trans, Divergenti – Festival internazionale di cinema trans, Archivio storico del MIT
Tra le pieghe della carta sdrucita ci sono mille vite, mille voci. Porpora Marcasciano si è fatta attraversare dal movimento del ‘77, dai collettivi froci, dalle lotte delle persone trans, percorrendoli. Le tracce di quelle storie si sono via via coagulate e Bologna ne era spesso il collante – o la dopamina, perché in tutta Bologna c’è un via vai di compagni. Bologna WOW. (P. Marcasciano sull’Agenda Rossa, 1977)
Il trasferimento in città avverrà solo alla fine degli anni Ottanta(voglia), ma già nel decennio precedente è qui che si squarcia un velo di repressione: il movimento aveva conquistato via via alcuni spazi, marciapiedi, ba/checche.
Non solo Autonomia Operaia e il movimento studentesco, che anzi solo a parole si autodefinisce movimento di tutti gliemarginati dalla società capitalistica ma che nei fatti ripropone all’interno delle sue strutture imeccanismi discriminanti del potere (Collettivo frocialiste bolognesi, 1978), ma anche il Narciso, il collettivo frocialiste bolognesi e la militanza nel MIT nazionale. Nel ‘78, ‘80 e ‘82 a Bologna vengono organizzate le giornate dell’orgoglio omosessuale in piena luce. Sono gli anni in cui il movimento frocio, che si è allontanato dal FUORI ormai federato con il partito Radicale, fiorisce – Cento collettivi entro l’anno – e l’incrocio politico come compagno frocio, omeglio frocio compagno (P. Marcasciano in «Lotta Continua», 14 febbraio 1980) si fa deviatamente queer. Così la transessualità è innanzitutto lotta rivoluzionaria perché peresempio nessuna più di noi è consapevole del fatto che ogni individuo ha il diritto di esisteredi per sé, che nel mondo non c’è il bianco e il nero, ma dal bianco al nero mille sfumature (G. Parenti in «Lucciola», n.3, gennaio 1984).
Come se fosse disegnata una sorta di mappa stravagante che promette qualcos’altro. Tra i fiori, le colature, le architetture del corpo trasuda il respiro di un’esperienza di vita: su di essodormiamo, vegliamo, combattiamo, vinciamo e siamo vinti, cerchiamo il nostro posto,conosciamo le nostre inaudite felicità e le nostre favolose cadute, penetriamo e siamo penetrati, amiamo (G. Deleuze e F. Guattari, “Mille piani”, 1980).
Per questo i disegni non solo sono annodati con le vicende politiche o ne sono debitori, ma le riassumono facendole traspirare: le conservano nei loro orpelli e nella loro storia. C’è un disegno del 1982 dove tra le maschere è incollata la foto di un pompino: venne rimosso quando esposto durante un festival al Parco della Montagnola quello stesso anno, altri furono esposti a Palazzo di Re Enzo durante le giornate dell’orgoglio omosessuale. Per questo Non sono dove mi cercate non può che essere plurale, provando a intrecciare una pagina di diario dove creatività psichedeliche, sessi anarchici, felicità radicali e utopie colorano le interlinee, animano i verbi e i rumori attraversano i corpi. Ce n’est que un début,continuerons compats (P. Marcasciano sull’Agenda Rossa, 1977).
Images of Class: Operaismo, Autonomia and the Visual Arts (1962-1988) by Jacopo Galimberti Verso, 2022
Images of Class is the first overview of the unique encounter between artists/architects/designers and prominent Marxist current Workerism (aka Operaismo)
During the 1960s and 1970s, Workerism and Autonomia were prominent Marxist currents. However, it is rarely acknowledged that these movements inspired many visual artists such as the members of Archizoom, Gordon Matta-Clark and Gianfranco Baruchello.This book focuses on the aesthetic and cultural discourse developed by three generations of militants (including Mario Tronti, Antonio Negri, Bifo and Silvia Federici), and how it was appropriated by artists, architects, graphic designers and architectural historians such as Manfredo Tafuri. Images of Class signposts key moments of this dialogue, ranging from the drawings published on classe operaia to Potere Operaio’s exhibition in Paris, the Metropolitan Indians’ zines, a feminist art collective who adhered to the Wages for Housework Campaign, and the N group’s experiments with Gestalt theory. Featuring more than 140 images of artworks, many published here for the first time, this volume provides an original perspective on post-war Italian culture and new insights into some of the most influential Marxist movements of the twentieth and twenty-first centuries worldwide.