recensione di Giuseppe De Bellis Quotidiano dei lavoratori – 27 maggio 1979
Se un ‘difetto’ bisogna trovare nel fotolibro di Scuro (ed uno almeno è d’obbligo trovarlo) è probabile che consista nella limitatezza del pubblico (‘audience’ verrebbe voglia di scrivere) in grado di poter afferrare a pieno le emozioni ed i significati delle sue immagini: sono foto fatte ‘dall’interno’ del movimento, foto in gran parte scattate ‘ad uso e consumo’ del Movimento di Bologna assolutamente altro da un reportage, da un documento giornalistico. Chi non ha vissuto abbastanza direttamente questi ultimi anni bolognesi potrà certo consumare questo libro alla profiqua ricerca di atmosfere, di profumi, di omofonie, ma non potrà immergersi a fondo nella ‘privatissima’ storia che esso racconta. «La nostra (storia), fatta di tenerezze, scritte sui muri, cortei gioiosi e militari, tensioni, rimane nostalgico ricordo, per alcuni neanche consavevole memoria»: le immagini di Scuro sembrano le puntuali pietre miliari di questa frase (di Benecchi): sono le pedine di un gioco di incastri, che riporta alla luce le suggestioni e le paure dell’avventura bolognese. Un libro, in sintesi, che dovrà subire differenti usi a seconda che venga guardato da chi a Bologna, ‘c’è stato in mezzo’ o da chi, a Bologna, non c’era o se c’era, dormiva.
a cura di Francesco Vincitorio L’Espresso – 3 giugno 1979
“Malgrado voi”. Libretto che raccoglie le drammatiche “immagini di due anni di battaglie del Movimento di Bologna”. Autore il fotografo Enrico Scuro. Ediz. L’occhio impuro. Bologna
recensione di R. d R. lotta continua – 7 giugno 1979
« Immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Così esordisce il sottotitolo di « Malgrado voi » un libro fotografico di Enrico Scuro, in libreria da qualche settimana e proposto dalle edizioni « L’occhio impuro ». Le foto sono introdotte da due brevi scritti: il primo di Diego Benecchi « contro il quotidiano della rinuncia »; il secondo « contro l’esistente per il possbile » del trasversalista Franco Berardi (Bifo). Le foto si snodano subito dopo e sono una scelta del discorso fotografico « ufficiale » delle vicende bolognesi. Alcune foto sono già note: le abbiamo viste su Linus, giornali, fogli, libri, altre sono, oltre che inedite, migliori delle note.
Per quelli che sono riusciti a mettersi in pensione « post-movimentista » l’oggetto è indispensabile, potranno dire ai loro figli: « vedi, quello col passamontagna e la spranga è papà da giovane… ». Ma va bene anche per quelli che in pensione non sono riusciti ad andarci: vedere la propria faccia va sempre bene. Ottimo da mostrare agli amici nelle lunghe serate dedicate alle « mie foto ».
Piccola la città e Bifo mormora
recensione di Ando Gilardi PHOTO – luglio 1979
Il primo sintomo, agghiacciante, della demenza lo svelano il linguaggio e la scrittura. Succede questo: il malato ha in testa delle idee confuse, poi sa scrivere frasi confuse. Fra le idee e le frasi non esiste nessunissimo rapporto: immaginate due tiretti della scrivania completamente in disordine, come capita. Il primo non descrive il secondo, meno che mai lo spiega: solo si può dire che hanno in comune il disordine. Ora, il demente, considera questo rapporto come trascrizione: il secondo tiretto è la forma descrittiva del primo. E si tiene il primo tiretto in testa, ti fa vedere il secondo e dice: ecco come la penso, ti ho chiarito l’idea? Tutto questo per parlarvi di un piccolo fotolibro di Enrico Scuro, fotografo, con testi di Diego Benecchi e Franco Berardi detto Bifo. I quali sono esempi perfetti di quella dissociazione del linguaggio che abbiamo brevemente descritto. Bifo ebbe una certa notorietà qualche anno fa al tempo della Marcia del Movimento su Bologna: era un professorino molto arrabbiato che ripeteva « vi spazzeremo tutti con una risata ». Deve essere molto invecchiato, e perso i denti, quanto meno ideali. Forse ora dice « vi spruzzeremo tutti con una risata ». Mio dio, mio dio: che tristezza. Però grazie, dio, per avermi piazzato tre generazioni fa: meglio merda che niente. Il fotolibro Scuro ha per titolo « Malgrado voi, immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Insomma, a suo modo è interessante come documento dell’amplificazione resa possibile dalla fotografia di quelle che furono, come qualità politica, squallide risse da osteria portate sulla piazza. È vero, ahimé, che può scapparci un morto. O due al massimo. Ma questi sono gli svantaggi e i vantaggi della mia generazione: che si è fatta un’economia della compassione secondo la quale si usa la parola battaglia da qualche centinaio di morti in su. Al di sotto si tratta di incidenti: penosissimi ovviamente. Ma incidenti.
Fotografia ed editoria
Progresso Fotografico – dicembre 1979
Significativa, in proposito, la testimonianza di Enrico Scuro, un giovane fotografo bolognese che ha vissuto l’avventura della autoedizione: « Basta avere un piccolo capitale, trovare un compositore,un tipografo e un rilegatore e il gioco è fatto. Nella pratica, però, è un’altra cosa. Avevo in cantiere due progetti di libri fotografici: il primo che documentava i « fatti » di Bologna dal ’77 in poi, il secondo centrato sui grandi raduni musicali. Un editore ha visto le centinaia di fotografie e si è mostrato entusiasta di poterle trasformare in due libri. Dopo sei mesi si è accorto che non poteva rischiare la pubblicazione di un fotografo sconosciuto. Ho rischiato da solo, realizzando il primo progetto. Un prestito di una banca e qualche cambiale. Costo: 2.000.000 di lire per 2.100 copie. Risultato: tiri libro, « Malgrado voi », di 60 pagine 20 x 20. Prezzo di copertina 3.000 lire. Poi mi sono accorto che il problema vero non era fare il libro, ma venderlo… Insomma, si è trattato di perdere un paio di mesi e dormire poco la notte per tutti i problemi pratici ed economici. Una esperienza da fare al massimo una sola volta nella vita ».
Il documentario, presentato in anteprima alla sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, è una produzione 2021 di Sky Arte realizzata da Darallouche, con la regia di Stefano Pistolini, che racconta gli anni 80 italiani. Creatività e tendenze; società, spettacolo e sperimentazioni, trasgressioni e immagine. Gli anni 80 appaiono decodificati dallo sguardo e le parole del cronista più acuto, Pier Vittorio Tondelli, di cui ricorre il 30esimo anniversario della morte. I paninari, il disimpegno, le discoteche, la droga, il divertimento assoluto. C’era anche la nuova cultura, la creatività, la moda. Soprattutto, c’era Pier Vittorio Tondelli. Lo scrittore emiliano visse quegli anni nel profondo, li capì meglio di tutti e li raccontò come nessuno. La sua scrittura nasceva da lì, lungo la Via Emilia fino a Riccione, dove posava il suo sguardo di autore «provinciale, nel senso che veniva dalla provincia», che aveva girato l’Italia inseguendo i centri culturali più frizzanti, la rappresentava e la superava.
Breve manuale dadadams. Scritto al presente. Resuscita gli artefici caduti nell’oblio. Qui vi sono inedite falsità e dimenticate verità. Chi sia la Matricola 13 è del tutto irrilevante. Il Dams è nato a Bologna cinquant’anni fa, nel marzo del 1971. Bologna è l’unica città italiana in cui, quando si parla di Università si parla dell’intera città. A Bologna gli studenti e i professori, da qualunque parte arrivino, diventano cittadini. A Bologna, in quegli anni, è cambiata la cultura italiana.
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Si dice che nelle guerre civili si sparga molto sangue, in effetti è così, ma ci sono guerre incivili in cui il tasso di sangue infetto e mai sversato va a spasso in corpi che si riconoscono come reciprocamente infetti, corpi barbari, apolidi, gente che non vuole abitare a Bologna ma solo starci alla peggio, o alla bell’e meglio. E dunque nessuna pietà per i muri, tantomeno per i bolognesi, nessuno si convertirà come il barbaro Droctulft di Eco alla vista di Ravenna, nessuno morirà per difendere i salumi di Bologna. La guerra incivile del DAMS è fatta di inconvertibili: noi siamo qui ma non siamo voi, noi siamo noi che ci sprechiamo, voi siete quelli che si consumano.
Nel DAMS di strada Maggiore, e poi di via Guerrazzi, albergano sbandati arrivati esausti come in una stazione marittima, a Bologna non c’è il mare, ma chi l’ ha detto, forse è arrivata una marea.
Eco sa che gli incivili non hanno per forza memoria di nulla. Marzullo ha capito che sono perfetti per farne un cavallo di Troia, stanno lì come ribelli a cui è morto il capo, sono confusi ma mica sono scemi.
E’ il 1971. Da quel momento ogni lezione sarà una reazione, ogni infetto ha il suo difetto, eppure ascoltandoci tutti siam perfetti.
In fiamme. La performance nello spazio delle lotte (1967-1979) a cura di Ilenia Caleo, Piersandra Di Matteo, Annalisa Sacchi Editore: Bruno (Venezia), 2021
E’ il primo volume collettivo prodotto dal gruppo di ricerca di INCOMMON (In praise of community Shared creativity in arts and politics in Italy (1959-1979), finanziato dall’European Research Council e di base all’Università IUAV di Venezia)
Il volume interroga la scena del lungo Sessantotto in Italia nel tentativo di far emergere le forme relazionali, affettive e collaborative tra i/le protagonisti/e, le performance e le nuove forme politiche espresse dalle lotte e dai movimenti attivi in quel periodo.
“In fiamme comincia in gruppo. È il frutto di una pluralità di posture che si afferma contro ogni posizione magistrale. Si nutre di una politica del sapere che sovverte l’economia della conoscenza fondata su individualità e separatezze.
Il nucleo di questo lavoro scaturisce dal desiderio di rendere conto di un “Laboratorio italiano” che sul piano delle lotte, ma anche delle forme di vita e delle immaginazioni, ha segnato punte di radicalità e mutazioni travolgenti – e solo in parte, ci pare, è stato sondato dalla teatrologia. È dunque dalle acquisizioni critiche del presente e mettendo all’opera ipotesi inedite che tentiamo di aprire uno sguardo trasversale, facendo reagire l’incandescenza della materia scenica con il fuoco delle lotte (e con le sue crepe) e viceversa.
La singolarità di percorsi, generazioni e pratiche che è rappresentata dalle autrici e dagli autori che abbiamo qui raccolto si incontra intorno a una questione comune, l’urgenza di fare il punto sulle forme che animano la relazione tra arte e politica e le “lotte per il teatro”, non solo dal lato dell’attivismo e della militanza, ma anche da quello delle sperimentazioni estetiche e linguistiche, delle prassi, dei processi produttivi sia simbolici che materiali. Metterci in relazione con la materialità storica, racchiusa tra le due date 1967-1979, ci consente di passare al vaglio e dare consistenza a prospettive teoriche aperte oggi sulla corporeità, sulle istituzioni, sulle soggettività, sulle istanze contro-egemoniche, sulla produzione del sensibile. È un approccio genealogico ed epistemologico dunque, oltre una pratica di riattivazione dell’archivio che spesso sommerge e invisibilizza i suoi margini.
Proponiamo allora a chi legge di attraversare questo volume con un movimento diagonale e a più direzioni. Memoria viva di un futuro che è anche, già, anteriore. Assumiamo qui, dilatandone l’ottica, la lente interpretativa del lungo Sessantotto, intesa come uscita dalla cronologia dell’evento rivoluzionario verso la temporalità dell’insurrezione ininterrotta e policentrica; e vorremmo estendere tale ipotesi anche alle sedimentazioni stratificate e talvolta sconnesse del lavoro della scena e dei suoi soggetti. Dissesto di un ordine del mondo, nella potenza istituente di un inizio che continua ad accadere, ce n’est qu’un début, nella moltiplicazione dei mondi che le lotte e il pensiero decoloniali ci hanno insegnato a riconoscere.
È dalla chiamata del Convegno di Ivrea nel 1967 e dalla scrittura del Manifesto, dalla forza con cui si trasmette e si radica nel presente, che facciamo simbolicamente iniziare le molteplici lotte per il teatro. Ci siamo rivolte al Convegno del Nuovo Teatro con uno sguardo antimonumentale e non agiografico, così che le istanze, le forze e i desideri espressi allora diventino terreno di un confronto necessario con l’oggi, con le pratiche artistiche e le sue pronunce. E come il Convegno del Nuovo Teatro riunì artisti, intellettuali, critici e operatori portando a visibilità un orizzonte comune che prima di allora era forse intuito, ma non pienamente praticato, così in questo volume si ribadisce la necessità di un sapere che fa spola tra esperienza e teoria, tra passato e presente, tra rigore e promiscuità.
Il Nuovo Teatro, i tentativi di radicalizzare il decentramento, l’affermarsi della scrittura scenica sono fenomeni che intrecciano il 1968 e il 1969, le grandi mobilitazioni di studenti e operai che, insieme, sottoposero a una critica serrata lo statuto di poteri e saperi, la divisione tra lavoro manuale e intellettuale. L’operaio massa, preso dentro un lavoro “dipinto” in forme sempre più astratte dal fordismo, confinato nei palazzoni delle nuove periferie urbane, nell’autunno del 1969 decise di “volere tutto”. E questa euforia contagiò le arti. Non solo e non tanto nella misura in cui queste offrirono la propria organicità al movimento, ma per quelle tensioni che, attraversate, si materializzarono in tentativi di rivoluzione contro gli statuti egemoni. Questa costellazione di oggetti eterogenei, nel senso comune e nella narrazione dei protagonisti, richiama un tempo di liberazioni, di scoperta, di inizi.
Si tratta altresì di rompere con l’idea deterministica che gli inizi contengano già in nuce la fine, parola mai declinata al plurale, perché la fine è avvertita come perentoria, restauratrice, una. Il punto terminale della storia che attraversiamo in questo volume coincide con uno scomodo anniversario extra-teatrale: il processo del 7 aprile 1979, in cui venne sferrato un colpo durissimo all’Autonomia Operaia, e posto un sigillo sulla sconfitta del movimento del lungo Sessantotto. Con l’occhio del teatro, delle arti performative e visive – in piedi su quel punto nel tempo – guardiamo alle spalle di quell’avvenimento, riavvolgendo gli eventi nella rete che tiene i due margini, 1967-1979. Vogliamo sfidare la narrazione che vede la fine dei Settanta come un esaurimento dell’istanza di democratizzazione radicale che aveva interessato anche la dimensione estetica. Il passaggio agli Ottanta, riassunto sotto l’etichetta del postmoderno, fenomeno pur complesso e irriducibile a una lettura univoca, viene infatti percepito come un momento di imperante ritorno all’ordine nelle estetiche e nella politica: il pensiero debole, l’affermazione del neoliberismo su scala globale, il pastiche, la citazione e via così.
Basta poco, però, per complicare questo racconto lineare, per rompere una filosofia della storia che procede per segmenti omogenei. Prima del 1979, infatti, c’era stato molto, un molto che non può essere intrappolato nell’ideologia della sconfitta e ridotto alle posizioni delle avanguardie armate, e che germinerà ancora a lungo, in maniera più o meno carsica, più o meno insorgente. Il femminismo italiano (con un forte debito da tributare ad alcune donne provenienti dal mondo dell’arte, Lonzi tra tutte), sbocciato da uno “sputo su Hegel” e sulla dialettica che rimaneva, anche con Marx, un affare tra maschi. L’operaio sociale, la rivolta della gioventù precaria nelle città-fabbrica della crisi economica. L’ala creativa del movimento, ovvero la morte dell’autore che, da questione saggistica, si manifestava nella prassi come creazione di nuove forme di comunicazione evita. Più che a cesure e periodizzazioni dunque, più che alla bilancia del valore (tutta maschile) che misura in vittorie e fallimenti, è a un’epistemologia del groviglio che conviene rivolgersi. Per interrompere il tempo unico e far emergere le contro-storie, i margini senza parola, i lembi sommersi. Temporalità simultanee e ingarbugliate, che richiedono altri strumenti critici, più sensibili.
Questo nostro “repertorio” – che attinge a diverse collezioni pubbliche e private – è coordinato da una precisa cronologia di riferimento. Un periodo, quello del lungo Sessantotto, in cui l’assalto a un nuovo orizzonte di politiche, estetiche e visibilità accomuna la sperimentazione teatrale e lo spazio delle lotte. Con il desiderio di dare campo a questa alleanza sospesa, abbiamo associato fotografie di scena e fotografie di piazza, immaginando un sistema fluido di richiami, arresti, similitudini, contrasti. In questo caso, come nella selezione di alcuni documenti e scritture cruciali del lungo Sessantotto del teatro italiano che qui ripubblichiamo, agitiamo l’archivio, provando a istituire nuove memorie e connessioni per il presente.”
Con testi di Ilenia Caleo, Piersandra Di Matteo, Annalisa Sacchi, Toni Negri, Marco Baravalle, Lorenzo Mango, Maurizio Lazzarato, Alessandro Pontremoli, Stefano Tomassini, Franco Berardi Bifo, Gianni Manzella, Lucia Farinati, Marco Solari, Francesca Corona, Giorgio Barberio Corsetti, Riccardo Caporossi, Kinkaleri, Giada Cipollone, Lea Melandri, Marion D’Amburgo, Viviana Gravano, Marcella Campagnano, Valeria Graziano, Silvia Bottiroli, Silvia Fanti/Xing, Stefano Brilli, Giuseppe Allegri, Enrico Pitozzi, Maria Grazia Berlangieri, Ippolita Avalli, Caterina Serra, Valentina Valentini, Nicolas Martino, Daniele Vergni, Marco Assennato, Gregory Sholette, Michele Di Stefano.
Zur Inszenierung des venezianischen Karnevals im Kontext gesellschaftlicher Transformationsprozesse
Julia Gehres
Waxmann, Münster 2021
In epoca premoderna, Venezia e il suo Carnevale erano una grande attrazione per i viaggiatori provenienti da tutta Europa. Dopo la caduta della repubblica nel 1797, però, la festa perse la sua importanza. Non è stato fino alla fine degli anni ’70 che a questo evento è stato dato un revival duraturo e di alto profilo. Il presente studio ricostruisce la storia del Carnevale veneziano ed evidenzia in particolare le ultime tendenze di sviluppo. Sulla base di un processo di osservazione pluriennale, viene discussa la rilevanza del festival per i residenti della città, viene descritto il suo marketing turistico e viene analizzata la sua messa in scena come evento (post) moderno.
Venedig und sein Karneval waren in der Vormoderne für Reisende aus ganz Europa ein großer Anziehungspunkt. Nach dem Untergang der Republik 1797 verlor das Fest allerdings an Bedeutung. Erst am Ende der 1970er- Jahre kam es zu einer dauerhaften und öffentlichkeitswirksamen Wiederbelebung dieser Veranstaltung. Die vorliegende Studie rekonstruiert die Geschichte des venezianischen Karnevals und beleuchtet dabei insbesondere die jüngsten Entwicklungstendenzen. Auf der Grundlage eines mehrjährigen Beobachtungsprozesses wird die Relevanz des Festes für die Stadtbewohner thematisiert, seine touristische Vermarktung beschrieben sowie seine Inszenierung als (post)modernes Event analysiert.
Mostra personale UnSHAREABLE all’interno della IIa Biennale di Senigallia. Studio Zelig, 23-24-26 giugno 2021.
Twelve lively photographs of the famous bolognese wild summer movement. Proposed by Enea Discepoli
The summer of ’77 came to life in April in Bologna, in the classrooms of the DAMS, an art institute occupied by the students who were demanding creative freedom and social equality; and it was immediately sprinkled with the blood of one of them who was shot by the Police.
It was a summer of celebration and pain as it still appears in a photo album on ’77 in Bologna, published almost by chance on Facebook by Enrico Scuro, a phenomenon was born that has involved and impassioned more than a thousand people. With more than 1200 photos, accompanied by thousands of comments, reflections, memories, this book reconstructs in over 500 pages the unique experience shared on Facebook and tells an epic of the past with the eyes of the present but from the point of view of the protagonists.
Il primo percorso espositivo permanente in Italia, dedicato alla storia della popular music di una città
La Sala della Musica a Bologna è promossa dal Comune nell’ambito delle azioni di Bologna Città della Musica UNESCO. Il progetto è firmato da Diverserighestudio con la direzione scientifica di Gianni Sibilla; il percorso espositivo e i contenuti sono stati ideati e redatti da ComunicaMentee da Riccardo Negrelli, autore del concept originario assieme a Simone Gheduzzi.
Nella sala, il visitatore sarà guidato in un viaggio attraverso installazioni, immagini, testi, voci, suoni e canzoni, che mostrano come la musica della città dissolve i confini tra alto e basso, tra upper e under.
Alla storia dei decenni dal dopoguerra ad oggi si accompagnano le storie e gli aneddoti, inseriti in strutture che propongono immagini lenticolari a grandezza naturale dei principali artisti, soundwave art di brani storici e video, permettendo al visitatore di fare esperienza della musica in un ambiente immersivo che darà forma, corpo e voce al racconto della popular music di Bologna.
Scritto da: Cristiano Governa e Ambrogio Lo Giudice Regia: Ambrogio Lo Giudice Produzione: Genoma Films, 2021
Bologna, Piazza Maggiore, 18 giugno 2021 Anteprima del docufilm work-in-progress sui cinquant’anni del DAMS
Andate a lavorare: soggetto Alice ha tredici anni e sta cercando un suo misterioso compagno giochi, di nascondino per la precisione. Nel tentativo di sfuggire ad Alice, il ragazzino si è infilato nel portone di Strada Maggiore 34, la prima sede del DAMS. Del ragazzino si sono perse le tracce, ma nel giardino del palazzo Alice incontra uno strano custode (il Cappellaio) che la invita a seguirlo in un misterioso viaggio all’interno di quelle che sono state le sedi del DAMS. Il viaggio, a quanto pare, la condurrà a ritrovare il ragazzino scomparso e, al contempo, sarà una piccola-grande occasione per conoscere la storia del DAMS e incontrare alcuni dei suoi protagonisti.
Andate a lavorare: note di regia In questa docufilm, con uno svolgimento che prende spunto idealmente da “Alice disambientata”, lavoro scritto da Gianni Celati con gli studenti del DAMS negli anni ’70, vogliamo raccontare l’idea stessa del DAMS. Raccontando la sua storia, ma non solo, cercando l’anima di un progetto unico e originale. Le sue certezze e le sue contraddizioni, che in qualche modo diventano la sua forza. La mancanza di confini, la multimedialità, la sperimentazione, la ricerca nei misteri dell’arte, della musica e dello spettacolo, che non sono scienze esatte, che hanno infinite sfumature.
Vogliamo raccontare la “sana follia” dei suoi iscritti, il loro spirito di avventura, nell’intraprendere un viaggio pieno di scoperte, pieno di porte aperte, ma proprio per questo indefinito ed eccitante. Come Alice nel Paese delle Meraviglie, dove si entra in un mondo e si esce in un altro e ogni mondo è una conoscenza nuova, per lo spirito, per l’anima, ma anche per il corpo. Vogliamo raccontare l’“odore” del DAMS, non tanto le sue strutture, che cambiano e cambieranno, ma quella sensazione che conoscono bene gli studenti, di esser saliti su un treno che farà di te un viaggiatore e non un passeggero. Un viaggio nel quale la meta conta tanto quanto il panorama, che avrà le stesse forme dei tuoi sogni e sarà fedele alla tua identità. Il tutto visto attraverso gli occhi di una ragazzina, che rappresenta la fantasia, la curiosità, il desiderio di conoscere, di crescere, di provare esperienze nuove, di confrontarsi con la creatività.
Un’opera, per raccontare un’idea che avrà fra i suoi pionieri Renato Barilli, Furio Colombo, Umberto Eco, Giuliano Scabia, Gianni Celati, Luciano Anceschi, Ezio Raimondi, Tomás Maldonado, Paolo Fabbri, Luigi Squarzina… E studenti, diventati protagonisti della vita culturale del nostro paese e non solo, dai compianti Andrea Pazienza e Roberto “Freak” Antoni, a Roberto Grandi, Eugenia Casini Ropa, Pino Cacucci, Patrizio Roversi, Enrico Scuro, Paolo Soglia, Igor “Igort” Tuveri, Paolo Fresu, Fabio Testoni, e tanti altri, fino ad alcuni protagonisti del DAMS del presente. Un’opera di ricerca storica e di indagine sull’attualità, legate dalla fiction, che vuol rispondere sostanzialmente a due domande:
Cosa c’era di speciale in quell’idea? E perché tutto è accaduto a Bologna?
Bologna, Palazzo Albergati, 7 maggio – 26 settembre 2021
a cura di Stefano Piccoli e Mauro Uzzeo ARF! Festival di storie, segni & disegni Organizzatore: Piuma in collaborazione con Arthemisia
La mostra dedicata a Andrea Pazienza (San Benedetto del Tronto, 1956 – Montepulciano, 1988), fumettista, disegnatore, illustratore e pittore, presenta oltre 100 opere provenienti dagli archivi delle persone a lui più vicine come il fratello, la sorella, la moglie e altri, tra tavole originali dei fumetti e opere pittoriche fatte con i materiali più diversi: dai pennarelli alle tempere, dalle matite ai colori acrilici e molto altro. Partendo dalla produzione artistica di Andrea Pazienza, che poggia sui tre pilastri Pentothal, Zanardi e Pompeo, la mostra è un viaggio nella vita dell’artista e tra le vie di una Bologna resa calda dai movimenti studenteschi del ’77. Un racconto di rivolte, amori, guerre politiche e turbamenti vissuti da una generazione di meravigliosi sognatori che hanno inciso sulla loro pelle una via crucis di libertà e rivoluzione.
Ma non solo: all’improvviso, gli scatti straordinari e preziosi di Enrico Scuro, unanimemente considerato “il fotografo del movimento del ’77 bolognese” dove è proprio quell’articolo determinativo – IL – a fare la differenza!
Stefano “S3Keno” Piccoli e Mauro Uzzeo – ARF! Festival
Umberto Eco chiede la parola alzando il dito. Siede a un banco, tra gli studenti riuniti in assemblea nelle aule del DAMS di Bologna: si discute se saltare gli esami o sospendere l’occupazione dell’università che va avanti da oltre un mese. La foto è di Enrico Scuro, è il 3 marzo 1977, periodo cruciale per “gli anni dì piombo“. La stagione della grande rabbia, di molotov e barricate, della lotta armata, delle P38 esibite nei cortei, del “colpirne uno per educarne cento“. Autonomia operaia scende in piazza coi fazzoletti annodati sul volto e i sampietrini in mano. “Il personale è politico“, è la lezione delle femministe confluita nel movimento. Ogni azione è una scelta, ogni scelta un’arma. La tensione con la sinistra tradizionale è alle stelle, a Roma si spara contro fascisti e forze dell’ordine.
Non ancora a Bologna, che in quel periodo è un vivaio innocente di sperimentazioni e utopie, laboratorio a cielo aperto di controcultura. Pullula di studenti fuorisede, 100mila in una città di mezzo milione di abitanti, sbarcati dagli angoli più remoti di Puglia, Calabria, Sicilia. Per loro, il sole sorge e tramonta ogni giorno in piazza Verdi, cuore pulsante della cittadella universitaria. Discussioni fiume, sigarette, assemblee nelle facoltà occupate di Lettere, Filosofia, Giurisprudenza si sciolgono in cortei notturni improvvisati, carovane colorate per la città, esplodono nelle feste al DAMS. Che è il primo corso di laurea in discipline delle Arti. della Musica e dello Spettacolo. Unico in Italia, rivoluzionario in tutto. Con una grande ambizione: abbattere le barriere tra cultura accademica e società, mescolare l’arte e la vita. Partorisce avanguardie: dai Dada-Dams, gli indiani metropolitani che si dipingono la faccia e si lanciano in happening e performance, ai fumettisti di Cannibale, la rivista-palestra di Andrea Pazienza, Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, fino alle leggendarie Il Male e Frigidaire. Parola d’ordine: provocare e trasgredire, coniare nuovi linguaggi.
Sono gli anni difficili del Compromesso storico, dei sacrifici e dell’austerità. “Lavoratori, stringetela cinghia!” dice il segretaria della CGIL, Luciano Lama. “Lavorare meno, lavorare tutti”, ribattono i giovani del ‘77. “Viva il marxismo, viva il leninismo, viva il comunismo di Mao Tze Kung!”. E’ il Bildungsroman di una generazione situazionista che sogna di liberare “i desideri dalle galere del quotidiano” e decretare “lo stato di felicità permanente”, scrive la rivista del collettivo A/Traverso. A Bologna, la rivolta si tinge di trasgressione e feroce ironia. Risuona nel punk demenziale degli Skiantos, nel Mamma dammi la benza dei Gaznevada, e corre sulle frequenze di una radio libera di nome Radio Alice. E’ nata nel 1976 in via del Pratello 41, senza palinsesto, microfono aperto H24, “per dare voce a chi non l’ha mai avuta”. Firma l’avventura, tra gli altri, il filosofo Francesco Bifo Berardi. E’ il megafono delle manifestazioni, Alice, e dei bollettini di guerra.
Il più tragico lo trasmette l’11 marzo, ed è una scarica elettrica. Quella mattina, un gruppo di studenti è andato a contestare un’assemblea di Comunione e Liberazione che ha espulso con la forza alcuni giovani di sinistra. Interviene la polizia, volano le molotov, partono le cariche. Massimo Tramontani, giovanissimo carabiniere alla guida di un furgone carico d’armi che stava prendendo fuoco, spara. In via Mascarella, resta un muro bucato dai proiettili, a terra un corpo senza vita: è lo studente Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua. Ha solo 25 anni. “Ammazzato dalla polizia di Cossiga, ammazzato dai carabinieri, ammazzato senza una ragione”, annuncia Radio Alice. La reazione non tarda ad arrivare: vetrina in frantumi, sassaiole, barricate. Quel pomeriggio, il movimento assalta la sede della DC e dà battaglia in stazione. Per Bologna è la perdita dell’innocenza. La repressione, i giorni seguenti, è durissima. L’università, ritenuta il covo della sovversione, viene sgomberata, Radio Alice spenta con la forza della polizia, arrestati i cinque redattori, la città assediata dai carri armati mandati dal Ministro dell’Interno Cossiga. E’ la prima volta che accade nella storia dell’Italia Repubblicana. Per molti l’11 marzo è la fine di un sogno. Lo schianto dopo l’assalto al cielo.
50 anni di Corso di Laurea in Discipline della Arti, della Musica e dello Spettacolo
Bologna, Museo della Musica, 7 Maggio – 20 Giugno 2021
Direzione e curatela: Claudio Marra e Anna Rosellini progetto espositivo dell’architetto Eric Lapierre
Fotografie, articoli di giornale, documenti ufficiali e filmati storici, materiali provenienti da archivi pubblici e privati che, combinati insieme, tessono la trama del DAMS dal 1971 a oggi nell’allestimento immersivo progettato dall’architetto Eric Lapierre.
Questa mostra intende ricordare i principali passaggi storici del Corso di Laurea, ma anche suggerire, già a partire dalla particolarità del progetto espositivo, come il DAMS continui ad essere, anche oggi, un luogo di innovazione didattica, di ricerca e di sperimentazione estetica. Documenti, disegni, fotografie, video, raccontano, pur se in maniera sintetica, i capitoli di una storia unica, tanto nei riflessi interni al mondo universitario quanto nel rapporto, a volte conflittuale, ma sempre vivo e intenso, con la città: dagli esordi, a inizio decennio, fino agli eventi del ’77, dal drammatico intreccio dei cosiddetti “delitti del DAMS” ai collettivi degli anni Ottanta, dalla Pantera degli anni ’90 fino ai cambiamenti intervenuti dopo il Duemila.
“No Dams’ ricorda i principali passaggi storici del corso di laurea, ma suggerisce anche, già a partire dalla particolarità del progetto espositivo dell’architetto Eric Lapierre, come il Dams continui ad essere, anche oggi, un luogo di innovazione didattica, di ricerca e di sperimentazione estetica.
Jazzlife la vita con la J maiuscola Format per web, tv e social media presentato da Umbria Jazz, che vuole raccontare l’immenso patrimonio artistico e culturale del paese Italia, attraverso gli occhi e le note di musicisti che rappresentano al meglio il momento di grazia che sta vivendo il panorama musicale jazzistico italiano. Inserita in Italiana, il nuovo portale di promozione della cultura e della lingua italiana nel mondo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e sul canale ufficiale YouTube di Umbria Jazz.
Avviandosi a festeggiare 48 anni di vita nel 2021, Umbria Jazz, con il sostegno del ministero degli Esteri, vuole dare un nuovo impulso e un nuovo punto di vista alla fruizione della musica, proponendosi ad un nuovo pubblico composto non solo da appassionati di jazz, ma anche di arte e cultura. Questo facendo conoscere in questa prima serie più da vicino il background culturale della regione Umbria, che è stato fattore indispensabile e determinante del successo della kermesse nata nel 1973. Le riprese sono state realizzate in quattro luoghi storici di Umbria Jazz: Perugia e Orvieto, sedi delle versioni estiva ed invernale del festival, Gubbio e Castiglione del Lago, tappe delle prime edizioni itineranti della manifestazione negli anni ’70.
Jazzlife, la vita con la J maiuscola
Nella puntata dedicata a Castiglione del Lago, 13 immagini dell’edizione 1976.