recensione di Giuseppe De Bellis Quotidiano dei lavoratori – 27 maggio 1979
Se un ‘difetto’ bisogna trovare nel fotolibro di Scuro (ed uno almeno è d’obbligo trovarlo) è probabile che consista nella limitatezza del pubblico (‘audience’ verrebbe voglia di scrivere) in grado di poter afferrare a pieno le emozioni ed i significati delle sue immagini: sono foto fatte ‘dall’interno’ del movimento, foto in gran parte scattate ‘ad uso e consumo’ del Movimento di Bologna assolutamente altro da un reportage, da un documento giornalistico. Chi non ha vissuto abbastanza direttamente questi ultimi anni bolognesi potrà certo consumare questo libro alla profiqua ricerca di atmosfere, di profumi, di omofonie, ma non potrà immergersi a fondo nella ‘privatissima’ storia che esso racconta. «La nostra (storia), fatta di tenerezze, scritte sui muri, cortei gioiosi e militari, tensioni, rimane nostalgico ricordo, per alcuni neanche consavevole memoria»: le immagini di Scuro sembrano le puntuali pietre miliari di questa frase (di Benecchi): sono le pedine di un gioco di incastri, che riporta alla luce le suggestioni e le paure dell’avventura bolognese. Un libro, in sintesi, che dovrà subire differenti usi a seconda che venga guardato da chi a Bologna, ‘c’è stato in mezzo’ o da chi, a Bologna, non c’era o se c’era, dormiva.
a cura di Francesco Vincitorio L’Espresso – 3 giugno 1979
“Malgrado voi”. Libretto che raccoglie le drammatiche “immagini di due anni di battaglie del Movimento di Bologna”. Autore il fotografo Enrico Scuro. Ediz. L’occhio impuro. Bologna
recensione di R. d R. lotta continua – 7 giugno 1979
« Immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Così esordisce il sottotitolo di « Malgrado voi » un libro fotografico di Enrico Scuro, in libreria da qualche settimana e proposto dalle edizioni « L’occhio impuro ». Le foto sono introdotte da due brevi scritti: il primo di Diego Benecchi « contro il quotidiano della rinuncia »; il secondo « contro l’esistente per il possbile » del trasversalista Franco Berardi (Bifo). Le foto si snodano subito dopo e sono una scelta del discorso fotografico « ufficiale » delle vicende bolognesi. Alcune foto sono già note: le abbiamo viste su Linus, giornali, fogli, libri, altre sono, oltre che inedite, migliori delle note.
Per quelli che sono riusciti a mettersi in pensione « post-movimentista » l’oggetto è indispensabile, potranno dire ai loro figli: « vedi, quello col passamontagna e la spranga è papà da giovane… ». Ma va bene anche per quelli che in pensione non sono riusciti ad andarci: vedere la propria faccia va sempre bene. Ottimo da mostrare agli amici nelle lunghe serate dedicate alle « mie foto ».
Piccola la città e Bifo mormora
recensione di Ando Gilardi PHOTO – luglio 1979
Il primo sintomo, agghiacciante, della demenza lo svelano il linguaggio e la scrittura. Succede questo: il malato ha in testa delle idee confuse, poi sa scrivere frasi confuse. Fra le idee e le frasi non esiste nessunissimo rapporto: immaginate due tiretti della scrivania completamente in disordine, come capita. Il primo non descrive il secondo, meno che mai lo spiega: solo si può dire che hanno in comune il disordine. Ora, il demente, considera questo rapporto come trascrizione: il secondo tiretto è la forma descrittiva del primo. E si tiene il primo tiretto in testa, ti fa vedere il secondo e dice: ecco come la penso, ti ho chiarito l’idea? Tutto questo per parlarvi di un piccolo fotolibro di Enrico Scuro, fotografo, con testi di Diego Benecchi e Franco Berardi detto Bifo. I quali sono esempi perfetti di quella dissociazione del linguaggio che abbiamo brevemente descritto. Bifo ebbe una certa notorietà qualche anno fa al tempo della Marcia del Movimento su Bologna: era un professorino molto arrabbiato che ripeteva « vi spazzeremo tutti con una risata ». Deve essere molto invecchiato, e perso i denti, quanto meno ideali. Forse ora dice « vi spruzzeremo tutti con una risata ». Mio dio, mio dio: che tristezza. Però grazie, dio, per avermi piazzato tre generazioni fa: meglio merda che niente. Il fotolibro Scuro ha per titolo « Malgrado voi, immagini di due anni di battaglie del movimento di Bologna ». Insomma, a suo modo è interessante come documento dell’amplificazione resa possibile dalla fotografia di quelle che furono, come qualità politica, squallide risse da osteria portate sulla piazza. È vero, ahimé, che può scapparci un morto. O due al massimo. Ma questi sono gli svantaggi e i vantaggi della mia generazione: che si è fatta un’economia della compassione secondo la quale si usa la parola battaglia da qualche centinaio di morti in su. Al di sotto si tratta di incidenti: penosissimi ovviamente. Ma incidenti.
Fotografia ed editoria
Progresso Fotografico – dicembre 1979
Significativa, in proposito, la testimonianza di Enrico Scuro, un giovane fotografo bolognese che ha vissuto l’avventura della autoedizione: « Basta avere un piccolo capitale, trovare un compositore,un tipografo e un rilegatore e il gioco è fatto. Nella pratica, però, è un’altra cosa. Avevo in cantiere due progetti di libri fotografici: il primo che documentava i « fatti » di Bologna dal ’77 in poi, il secondo centrato sui grandi raduni musicali. Un editore ha visto le centinaia di fotografie e si è mostrato entusiasta di poterle trasformare in due libri. Dopo sei mesi si è accorto che non poteva rischiare la pubblicazione di un fotografo sconosciuto. Ho rischiato da solo, realizzando il primo progetto. Un prestito di una banca e qualche cambiale. Costo: 2.000.000 di lire per 2.100 copie. Risultato: tiri libro, « Malgrado voi », di 60 pagine 20 x 20. Prezzo di copertina 3.000 lire. Poi mi sono accorto che il problema vero non era fare il libro, ma venderlo… Insomma, si è trattato di perdere un paio di mesi e dormire poco la notte per tutti i problemi pratici ed economici. Una esperienza da fare al massimo una sola volta nella vita ».
Giuseppe Culicchia tiene in serbo queste pagine da più di quarant’anni. Perché la morte di Walter Alasia, al cui nome è legata la colonna milanese delle Brigate Rosse, è una storia dolorosa che lo tocca molto da vicino: per il Paese è un fatto pubblico, uno dei tanti episodi che negli anni di Piombo finivano tra i titoli dei quotidiani e dei notiziari televisivi; per lui e la sua famiglia è una ferita che non guarirà mai.
Walter Alasia, di anni venti, era figlio di due operai di Sesto San Giovanni. Giovanissimo aveva cominciato la sua militanza in Lotta Continua, ma poi era entrato nelle fila delle Brigate Rosse. Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre 1976 la polizia fece un blitz a casa dei suoi genitori per arrestarlo. Lui aprì il fuoco, e nel giro di pochi istanti persero la vita il maresciallo dell’antiterrorismo Sergio Bazzega e il vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani. Subito dopo tentò di scappare, ma venne raggiunto dai proiettili della polizia.
Giuseppe all’epoca ha undici anni e Walter è suo cugino. Ma in realtà è molto di più: è il fratello maggiore con cui non vede l’ora di passare le vacanze estive, che gli insegna a giocare a basket, che lo carica sul manubrio della bicicletta e disegna per lui i personaggi dei fumetti che ama. È un ragazzo affettuoso, generoso, paziente, e agli occhi di Giuseppe incarna un esempio.
In questo memoir asciutto e allo stesso tempo accorato Culicchia ricostruisce ciò che da bambino sapeva di Walter, scavando nei propri ricordi alla ricerca dei germi di ciò che sarebbe stato, e lo confronta con quello che crescendo ha appreso di lui dalla sua famiglia, ma anche dai giornali e dai libri di storia. E così facendo racconta gli anni della lotta armata e del terrorismo da una prospettiva assolutamente unica.
Non c’è vittimismo, non c’è retorica, c’è il dolore di un bambino che a undici anni perde in una sola notte un affetto immenso e tutte le certezze che credeva di avere, unito alla lucidità di un grande scrittore che ha cercato per oltre quarant’anni la giusta distanza per raccontare questa storia.
Dialoghi di Estetica Intervista di Davide Dal Sasso per Artribune
ANTROPOLOGIA E FOTOGRAFIA SI MESCOLANO NELLA PRATICA DI ENRICO SCURO, CELEBRE SOPRATTUTTO GRAZIE AGLI SCATTI REALIZZATI NEGLI ANNI SETTANTA
Con le sue fotografie Enrico Scuro (Taranto, 1952) ha ritratto alcuni aspetti dei cambiamenti sociali e culturali avvenuti durante gli anni Settanta. Dalle contestazioni sociali a taluni eventi della tradizione popolare, dalle processioni religiose ai raduni giovanili, da Umbria Jazz al Festival Internazionale del Teatro in Piazza di Santarcangelo, dai concerti e le feste di Radio Alice alle assemblee durante le occupazioni all’Università di Bologna.
Migliaia di scatti realizzati in luoghi diversi – da Venezia, Bologna, Taranto, Roma a Berlino, Barcellona e Amsterdam – con cui Scuro ha sviluppato la sua ricerca fotografica di orientamento antropologico. In questo dialogo abbiamo messo in luce alcuni aspetti della sua poetica soffermandoci in particolare sui seguenti temi: il suo ‘sguardo dall’interno’, l’attenzione per le relazioni umane, il ruolo della forma nella pratica fotografica, l’inclinazione antropologica del suo lavoro.
Uno degli aspetti che mi sembra abbia caratterizzato la tua attività fotografica è in particolare il tuo interesse per l’utilizzo del mezzo più che per il risultato che potevi ottenere. Un modo di lavorare che sottolinea soprattutto l’importanza della possibilità di stabilire relazioni attraverso la fotografia.
Scoprivo il mezzo usandolo e basandomi sui miei studi. La macchina fotografica conserva una parte di spazio-tempo. Qualsiasi fotografia è conservazione di un momento, di un istante di quello che possiamo vedere. La macchina fotografica è un mezzo, come la penna per lo scrittore.
Tieni presente, però, che all’epoca avevo vent’anni e fotografavo quello che succedeva intorno a me. Dunque, fotografavo anche ciò che succedeva a me. Per esempio, i rullini di Umbria Jazz del 1976 sono frutto di questo approccio: partecipando all’evento ho fotografato quello che facevano gli altri e che facevo anche io. Il tratto relazionale che hai notato lo penso anche come una sorta di possibile simbiosi tra la mia vita e le foto che ho scattato.
Le tue fotografie mostrano infatti quello che potremmo chiamare ‘uno sguardo dall’interno’ delle situazioni e degli eventi ai quali partecipavi.
Quella che stai descrivendo è la fotografia sociale degli anni Settanta. Io la praticavo dando molta importanza alla possibilità di trovare un modo per entrare in contatto con le persone. Coltivavo così una sorta di legame empatico con chi fotografavo, infatti spesso nelle foto ho cercato uno scambio di sguardi.
Al momento di scattare non ho mai considerato qualcosa come un ‘attimo decisivo’, solo a posteriori si può stabilire quale è stato l’attimo decisivo. Semmai mi sono concentrato sulla possibilità di seguire il gesto, di catturarlo. L’attenzione ai gesti, ai rapporti tra movimenti e spazi, è importantissima per me. Ma, non essendo fotografie in posa ed in ambiente controllato, al momento dello scatto si può solo avere una visione del risultato finale: spesso sono riuscito nei miei intenti, altre volte sono arrivati esiti del tutto inaspettati.
La tua apertura alla imprevedibilità si traduce anche nella scelta di non mettere al centro delle foto il soggetto ma i contesti. Prima citavi le fotografie di Umbria Jazz, in esse – e questo risalta anche in quelle che hai fatto al concerto di Patty Smith a Bologna nel 1979 – si riconosce questa seconda caratteristica del tuo lavoro: l’interesse per le relazioni umane.
Si, in entrambi i casi il mio sguardo era sulle persone, non sul concerto di per sé. Patty Smith che suonava a Bologna nel 1979, era certamente un evento. Ma, dal mio punto di vista, cinquantamila persone che venivano in città per aspettare il concerto, stare insieme fin da prima del suo inizio, scegliere dove mettersi durante l’attesa in Piazza Maggiore… erano tutti momenti di un evento ancora più importante.
Da dove trae origine questo tuo modo di lavorare?
In parte dal contesto sociale e culturale di quegli anni. In parte dagli studi che ho fatto al DAMS. Soprattutto, quelli di antropologia culturale che mi hanno influenzato almeno in due modi: incentivando il mio interesse per gli eventi popolari e invitandomi a fare attenzione alla ‘posizione del fotografo’. Per un verso, i rullini dedicati a processioni religiose e riti della tradizione popolare – per esempio, le fotografie che ho fatto a Taranto e Cerignola – erano un modo per usare la fotografia da antropologo. Per un altro verso, condividevo le linee di pensiero del dibattito di quegli anni, sulla presenza del fotografo e il rischio che essa fosse una interferenza che potesse modificare l’evento stesso.
FOTOGRAFIA E ANTROPOLOGIA SECONDO ENRICO SCURO
Sulla base di questi presupposti, come si è sviluppata la tua pratica fotografica in rapporto all’inclinazione antropologica che hai descritto?
Direi almeno in due modi. Non ho mai chiesto a qualcuno di mettersi in posa. Ho sempre preso tutto dalla realtà, osservando quello che accadeva. Ossia lavorando con il giusto distacco, dall’interno ma riducendo il più possibile le interferenze che potevo causare. Questo era il mio modo di partecipare all’evento senza snaturarlo. E poi, sviluppando quella che alla fine è considerabile come una indagine sul campo fatta però con la macchina fotografica.
Diventando così tanto parte del contesto, il fotografo non rischia di perdere il suo ruolo?
Non credo assolutamente nell’oggettività della fotografia. La sola fotografia che deve essere oggettiva è quella della polizia scientifica. Per tutto il resto, la fotografia non è oggettiva. Il fotografo conserva sempre il suo ruolo perché è lui che direziona lo sguardo, imposta l’inquadratura, determina il taglio che avrà l’immagine.
Però, possono sempre esserci degli imprevisti. Tuttavia, mi sembra che tu li affronti riuscendo a fare della tua fotografia uno strumento che riesce a esprimere al meglio la vitalità, il flusso degli eventi e appunto anche gli accadimenti improvvisi.
Sono d’accordo con te. Sono fotografie che possono esprimere quegli elementi che hai citato. Ma c’è un altro elemento importante che non possiamo trascurare: l’estetica. Più precisamente la possibilità di fare fotografia secondo quella che chiamo ‘iconicità’ delle immagini.
Di che cosa si tratta?
Coltivo da quando ero un liceale la mia passione per la pittura rinascimentale. Nel 1972 durante il viaggio verso la Francia per partecipare ai campi di volontariato internazionale di Emmaus, comprai una Canon FTb usata e feci tappa a Venezia con i miei amici di viaggio. Fu in quella occasione che vidi il meraviglioso dipinto di Paolo Veronese ‘Convito in Casa di Levi’ del 1573. Un’opera che mi impressionò così tanto da lasciarmi a bocca aperta. Dopo qualche istante che lo osservavo, mi dissi: ecco io voglio fotografare così.
Quel dipinto mostra tre aspetti che reputo fondamentali per la riuscita di una immagine: il suo potenziale visivo (l’iconicità), la dispersione del soggetto (è un’opera composta da numerose scene, e di solito non si guarda solo il soggetto ma anche ciò che c’è intorno), la possibilità di mostrare la ricchezza dei gesti e delle posizioni.
FORMA E FOTOGRAFIA
Come hai sviluppato il tuo lavoro sulla base di quei tre elementi?
Legando l’estetica a quel substrato, culturale e antropologico, del quale abbiamo parlato prima. Ossia cercando di impostare la fotografia su quegli elementi. Certo, fotografando la realtà non puoi trovare sempre tutto e tutto al posto giusto. Però, spesso mi andavo a cercare la migliore inquadratura per riuscire ad avvicinarmi il più possibile a quel tipo di immagine ‘iconica’ che avevo nella testa. Cercavo di riuscire a mostrare la vitalità che avevo visto nell’opera del Veronese, di darle una forma con la fotografia.
Che ruolo ha la forma nella tua pratica fotografica?
La considero come un mezzo per raggiungere il fine di avere una buona fotografia. Ma è anche bellezza, poiché è la purezza e l’ordine che caratterizzano le composizioni. Il suo è un ruolo decisivo. La forza di una fotografia è legata tanto al soggetto che viene mostrato quanto a come lo si mostra. I soggetti, i contenuti, di due fotografie potrebbero essere gli stessi: ma, a far la differenza è la loro forma, la forza visiva. La forma contribuisce a rendere l’immagine permanente nel tempo: le immagini che ricordiamo hanno una forma ben precisa, ossia in rapporto a come sono fatte e a che cosa mostrano. Senza una forma l’immagine dice poco, la si dimenticherebbe appena la si vede.
Davide Dal Sasso è ricercatore (RTD-A) in estetica presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca. Le sue ricerche sono incentrate su quattro soggetti principali: il rapporto tra filosofia estetica e arti contemporanee, l’essenza delle pratiche artistiche, la natura del catalogo e il suo rapporto con l’archivio, il legame di quest’ultimo con la cultura visiva e il patrimonio culturale. È membro di Lynx – Center for the Interdisciplinary Analysis of Images, Contexts, Cultural HeritageLabont-Center for Ontology, SIE (Società Italiana d’Estetica), NSAE (Nordic Society for Aesthetics).
È ideatore e curatore di “Dialoghi di Estetica”, rubrica di filosofia e arti pubblicata dal 2012 sulla rivista Artribune. Ha pubblicato diversi articoli su temi di estetica, arte contemporanea e filosofia dell’arte. È l’autore dei libri “Nel segno dell’essenziale L’arte dopo il concettualismo” (Rosenberg & Sellier 2020) e “The Ground Zero of the Arts: Rules, Processes, Forms” (Brill, 2021), ha curato con la filosofa Elisabeth Schellekens (Uppsala University) il volume “Aesthetics, Philosophy, and Martin Creed” (Bloomsbury, 2022).
BOLOGNA 1980 Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia Oderso Rubini e Ferruccio Quercetti (a cura di) Goodfellas edizioni, 2020
Il concerto dei Clash a Bologna non fu semplicemente un importante evento musicale, uno dei più importanti di tutti i tempi per l’Italia. Tutto quello che accadde su e giù dal palco di Piazza Maggiore, prima, durante e dopo il concerto, determinò una serie di azioni e reazioni che influenzano ancora oggi la vita culturale e contro culturale del paese. Lo dimostrano i ricordi e le testimonianze degli organizzatori, dei fan e della stessa band, che anche dei punk contestatori e dei giovani arrabbiati che portavano addosso ancora le ferite del 1977, oltre alla parole di giornalisti e intellettuali che, forse, non compresero davvero e fino in fondo la portata sociale di quelle due ore scarse di musica. Tutto ciò nel 1980, l’anno in cui perdemmo definitivamente l’innocenza e che chiuse un Secolo con vent’anni d’anticipo.
Regia: Federico Scienza & Manuela Boezio Produzione: Fondazione Museo storico del Trentino Federico Scienza
Genere: documentario storico didattico Formato: serie televisiva Anno: 2020
Settanta. Quando il personale era politico. Una stagione di mutamenti e di battaglie politiche e civili tuttora attuali: dalle lotte di studenti e lavoratori al femminismo e al movimento omosessuale, dalla stagione dei referendum alla rivoluzione dei costumi, dalla controcultura alla società di mercato. In un paese scosso dagli orrori del terrorismo, testimonianze inedite, fotografie e filmati parlano di un decennio denso di cambiamenti.
La lunga marcia delle idee Sul finire degli anni Sessanta le ideologie rivoluzionarie scuotono alle fondamenta una società rigida e conservatrice. E’ l’inizio del cambiamento.
Operai di tutto il mondo unitevi! Gli studenti si uniscono alla classe operaia che occupa le fabbriche e scende in piazza. Il movimento raggiunge le prime conquiste.
Tremate, tremate, le streghe son tornate In una realtà patriarcale e conservatrice le donne portano le proprie istanze di liberazione e conquistano uno spazio in famiglia, nella politica e nella società.
Prima che morte ci separi Il movimento femminista ha obiettivi concreti: le donne si battono per il divorzio, gli asili nido e il nuovo diritto di famiglia.
Libere di scegliere Nella campagna per la legge 194 le femministe si battono per la salute della donna, la tutela della maternità e per una scelta libera e consapevole.
Orgoglio gay (17 novembre) Il vento rivoluzionario alza il velo sul mondo omosessuale. Dai collettivi urbani fiorisce un nuovo movimento con cui tutta la società si dovrà confrontare.
La cultura è contro La controcultura esprime il disagio dei giovani a stare dentro un mondo fatto di ideologie per le masse. Le avanguardie usano nuove forme di linguaggio che criticano il potere esaltando il privato.
Dov’è finita la rivoluzione? Il soggetto collettivo rivoluzionario si dissolve in un gruppo di individui in cerca di se stessi. Già alla fine degli anni Settanta le ideologie cedono il passo al libero mercato.
Scienza della politica e arte della guerra dal ’68 ai movimenti globali
Emilio Quadrelli Autonomia operaia Edizioni Interno4, 2020 Nuova ediz.
Dall’autodifesa all’affermarsi della guerriglia nella metropoli, il movimento Autonomo degli anni Settanta italiani viene teorizzato e analizzato nella sua specifica componente operaia di massa. Un’anomalia spiegabile solo attraverso l’egemonia che la figura dell’operaio massa impose all’intero Movimento italiano mettendo al centro il nodo del potere politico. Ma la “questione del potere” non può che chiamare in causa la “questione militare”. Se il “politico” presuppone sempre la messa in forma della guerra, la “questione militare” non può essere altro che parte costitutiva del “politico” medesimo. Ed è questo il tema che il testo si è assunto il compito di descrivere e analizzare affrontando uno spettro storico che, dalle giornate del luglio genovese del 1960, passando per gli eventi del G8 del 2001, arriva fino ai giorni nostri. Terza edizione aggiornata del libro con un capitolo inedito sul processo inquisitorio all’autonomia operaia, del 7 aprile 1979. In appendice la riproduzione anastatica del numero unico della rivista “Linea di condotta”, edita nel 1975 e considerata storicamente il primo e forse unico tentativo di sintesi tra le teorie del Potere operaio e Lotta continua prima del nascere del movimento di Autonomia operaia. A introdurre la rivista un lungo e inedito capitolo a firma dell’autore.
La politica e la giustizia sociale sono sempre state oggetto di controversie nella più antica città universitaria d’Europa. Bologna è un gioiello medievale e capitale dell’Emilia Romagna. È considerata la roccaforte della sinistra, che recentemente ha sfidato Salvini, è la culla del movimento dei nuovi cittadini “Sardine” e una fonte creativa di ispirazione per artisti creativi.
Seit jeher wurde in der ältesten Universitätsstadt Europas über Politik und soziale Gerechtigkeit gestritten. Bologna ist ein mittelalterliches Juwel und Hauptstadt der Emilia Romagna. Sie gilt als Hochburg der Linken, die jüngst bei den Wahlen Salvini trotzte, ist der Geburtstort der neuen Bürgerbewegung „Sardinen“ und ein kreativer Impulsgeber für Kulturschaffende.
Bologna la Rossa Flavio Favelli Corraini Edizioni, 2019
La Strage dell’Italicus del 4 agosto 1974, l’uccisione di Francesco Lorusso l’11 marzo 1977, l’incidente di Murazze di Vado il 15 aprile 1978, la Strage di Ustica del 27 giugno 1980, la Strage della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la Strage del Rapido 904 il 23 dicembre 1984, la Strage del Salvemini il 6 dicembre 1990, la Strage del Pilastro il 4 gennaio 1991 e la Strage dell’Armeria di via Volturno il 2 maggio 1991. Tutti questi sono entrati in modo differente, un giorno, nel mio quotidiano, a Bologna; ho ricordi precisi di dove ero, cosa facevo e a volte cosa pensavo.
Festival Internazionale di Fotografia: Photo Open Up Padova, 21 settembre – 27 ottobre 2019
Un paese di dialoghi e conflitti. L’Italia vista dai fotografi dell’agenzia Grazia Neri Padova, Galleria Cavour, 21 settembre – 27 ottobre 2019 a cura di Carlo Sala
La mostra Un paese di dialoghi e conflitti presenta per la prima volta un’ampia selezione di pezzi che testimoniano l’attività della Grazia Neri, una delle più prestigiose agenzie fotografiche europee del Novecento fondata a Milano nel 1966 che ha continuato la sua attività fino alle soglie del nuovo millennio. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo detentore del Fondo Grazia Neri (composto da circa 800.000 pezzi) che per l’occasione è stato oggetto di un lavoro di studio riguardante (secondo la catalogazione originale dell’agenzia) i faldoni Archivio gruppi e manifestazioni, Divi e divine e Personaggi. La rassegna vuole indagare la storia e i mutamenti sociali dell’Italia lungo gli anni Sessanta e Settanta attraverso gli scatti di alcuni dei più importanti fotoreporter nazionali di quel periodo e di alcuni autori stranieri che gravitavano nel Belpaese.
Il percorso espositivo si snoda attorno al tema del dissenso, della manifestazione e del singolo che si solleva per cambiare la società raccontando le contestazioni studentesche e operaie del 68′ e gli anni di piombo.
Nello scorrere
della mostra emerge il ritratto di una nazione sospesa tra vita popolare (i
moderni quartieri di periferia, le famiglie emigrate a Milano e Torino dal
meridione), lavoro e nuove forme di svago, dove stanno mutando profondamente i
costumi e gli stili di vita. A concludere l’esposizione sono quelle immagini
rivolte ai magazines popolari che raccontavano il lato più spensierato
dell’Italia, tra divi del cinema e personaggi televisivi, ma anche figure
intellettuali come Italo Calvino, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.
La mostra, per
mantenere un carattere filologico e per rendere il pulsante mondo dell’agenzia,
è composta da una pluralità di materiali come stampe fotografiche, provini con
appunti di lavoro, diapositive e perfino alcuni catalogatori originali per
evocare la struttura stessa dell’archivio che Grazia Neri – come si evince dalle sue
parole – riteneva di primaria importanza e foriero di riflessioni: «Su avvenimenti storici (…) mi
piaceva dopo un certo periodo rivedere le immagini che avevo a disposizione
grazie alla divisione dell’archivio. E’ incredibile quanto spesso la scelta
delle foto che riteniamo minori cambi radicalmente nel tempo: sappiamo di più dell’avvenimento?
Abbiamo visto altre foto? Comunque succede».
I materiali, diventano così dei ‘simulacri’ capaci di raccontare al fruitore un
mondo della fotografia analogica soppiantato dall’avvento dell’immagine
digitale globale.
In mostra: Jerry
Bauer, Romano Cagnoni, Carla Cerati, Giliola Chistè, Giambattista Chiodi, Tano
D’Amico, Dino Fracchia, Giovanni Giovannetti, Roberto Grazioli, Uliano Lucas,
Marcello Mencarini, Toni Nicolini, Edoardo Prando, Roberto Schezen, Enrico
Scuro, Mark Edward Smith, Theo A.P. van
Houts e Paolo Zappaterra.
In Bologna Noi Abbiamo Riso Molto Gallery16 e Background Music Shop, in collaborazione con MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e Oderso Rubini Bologna, 12-30 settembre 2019
Mostra personale collaterale della mostra PENSATEVI LIBERI. BOLOGNA ROCK 1979, presentata all’interno della ProjectRoom del MAMbo