“I ragazzi del ‘77″: un’altra storia possibile

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19 gennaio 2012

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Bologna, settembre 1977, i giorni del convegno sulla repressione, piazza VIII agosto, Dario Fo sul palco, giovani e meno giovani seduti, una successione di volti che si amalgama fino alla Montagnola. Da quella foto di Enrico Scuro è nato I ragazzi del ’77. Una storia condivisa su Facebook, libro di 500 pagine con centinaia di foto e parole collettive, ideato da Scuro in collaborazione con Marzia Bisognin e Paolo Ricci, e che ha trovato un editore-produttore in Baskerville – Sonic Press (Maurizio Marinelli e Oderso Rubini).

Cos’è successo? Scuro dal 5 febbraio 2011 ha messo su Facebook quella e altre foto del tempo, e con effetto virale centinaia di persone si sono messe a cercarsi. A cercare se stessi e altri nelle foto, riconoscersi e tornare in contatto. Basta poi l’appello “aprite i cassetti” e arrivano migliaia di foto, da condividere: manifestazioni, spettacoli, assemblee, ma anche momenti di intimità, gli appartamenti da studenti fuorisede (eternamente uguali…). E con le foto i commenti, le battute, i “chi l’ha visto?”. E dalla rete si è passati a vedersi di persona (l’11 marzo, ovviamente) per una cena: 160 persone, «più quelli passati prima e dopo – spiega Scuro – tutti con la sensazione di esserci lasciati solo la sera prima in piazza Verdi». Da lì al libro la strada non è facile: «pochi ci credono, ma gli editori hanno detto subito sì e han preso il lavoro a scatola chiusa». A dicembre è pronto.

Martedì alla Libreria.coop Ambasciatori è stato presentato ufficialmente, con una platea gremita e sul palco 8 relatori: l’ideatore e i suoi collaboratori, gli editori, lo storico Luca Alessandrini, il giornalista Michele Smargiassi, lo scrittore Pino Cacucci.

Operazione nostalgia? No, o non solo, e poi anche se fosse? Cacucci ricorda che «la nostalgia è un sentimento, e noi davamo spazio ai sentimenti. Poi quando dico nostalgia penso a persone con cui sono stato bene, e non a piangermi addosso. Questo libro dice l’intensità di quei giorni, che quell’attimo non è stato poi così fuggente, e che ci siamo divertiti tanto, con ironia».

In effetti Scuro sottolinea due cose: una culturale-editoriale, cioè che voleva fare un libro-facebook («ho mischiato tutto: libro e internet, foto reportage e da cassetto, parole e immagini, dialoghi nati in rete»), l’altra, che lo avvicina al discorso di Cacucci, più umana: «volevo una grande storia d’amore di una generazione per i suoi ideali». «È romanticismo? È una vergogna essere romantici?», gli fa eco lo scrittore. Certamente no, ma le storie d’amore sono un problema, per la freddezza dello storico: Alessandrini lo sa, ma parla di «un libro di storia e per la storia, imprescindibile per chi studia questo periodo. Poi è una grande costruzione di soggettività, in una forma narrativa libera. Quelle persone parlano di sé oggi, è la generazione di mezzo: oggi si parla di giovani, di anziani, quasi mai di quelli in mezzo».

Le voci del libro dicono la sconfitta di quella stagione e la persistenza di quel momento negli anni a venire, la conflittualità del movimento e della memoria. Ma Alessandrini ci tiene a far notare un cambiamento: «nel ’77 uscì Bologna marzo 1977… fatti nostri…, autori molti compagni e compagne, con scritti sui giorni del marzo che contestavano le versioni ufficiali. Quel “fatti nostri” era una chiusura, I ragazzi del ’77 è invece un’apertura a disposizione di tutti».

D’altronde è qualcosa che nasce in rete. Anche se Smargiassi fa notare che «Facebook è un flusso di frammenti che si perdono, mentre qui è il contrario: è un flusso che risale la corrente e si trasforma in deposito», e parla del libro come di uno “scrapbook”: «una raccolta di cose dotate di senso ma senza pretesa di organicità. Un collage leggibile in tante direzioni, non solo un album di foto, non solo una narrazione a parole, nato da un atto di autoriconoscimento, dalla foto di piazza VIII agosto. C’era bisogno di scavare in quell’immagine. Il libro è un panorama di una generazione a più dimensioni, e completa le foto pubbliche, note, del setaccio della storia che ha fatto passare solo alcune cose. Questa del libro è un’altra storia possibile».

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